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La Nazione - Ferrer leone in campo e fuori: “La Serie A, poi la malattia. Ho vinto grazie a Spezia”

La Nazione - Ferrer leone in campo e fuori: “La Serie A, poi la malattia. Ho vinto grazie a Spezia”
Ferrer
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Oggi alle 09:47Spezia
Marco Lombardi

Il 3 febbraio il difensore spagnolo Salva Ferrer, a soli 28 anni, ha dichiarato sui social di lasciare il calcio giocato a causa dei cronici problemi all’anca. Con la maglia dello Spezia, ha collezionato 90 presenze e soprattutto la storica promozione in A. 

Di seguito un estratto dell'intervista che il giocatore ha rilasciato a Marco Magi de La Nazione

Che sensazione ha prevalso dopo l’annuncio?

“All’inizio non riesci neanche a credere di dover prendere una decisione così. Sono una persona molto positiva e ho sempre pensato che ce l’avrei fatta. Però sono arrivato a un punto in cui davvero non riuscivo più. Ci stavo provando tantissimo, andando sopra il forte dolore, continuando ad allenarmi e a spingere perfino quando il corpo mi diceva altro. Per un verso adesso mi sento tranquillo, come se mi fossi tolto una grande pressione. Dall’altra parte sarà tosto, nei prossimi anni, vedere calciatori della mia età che continuano a giocare e io ad aver smesso così giovane”.

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Cosa significa affrontare il ritiro dopo aver già vinto una battaglia molto più importante, quella contro il linfoma?

“Devo ringraziare la vita e la medicina per aver superato una cosa del genere. Un linfoma non è una cosa semplice e il fatto di essere qui oggi, vivo e guarito, è ciò che più conta. È ovvio che un po’ di rabbia ci sia: aver sofferto di quella malattia, ha fatto sì che il problema all’anca diventasse davvero grave”.

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Chi l’ha aiutata di più a non mollare?

“La mia famiglia è stata la mia forza. Mi hanno trattato come una persona normale, non come un malato. Era quello che volevo davvero. Mio padre mi ha sempre insegnato a dare il massimo in ogni situazione, l’esempio nel calcio è stato Maldini non Ronaldinho. Anche la mia fidanzata, Nerea (presto moglie, è un medico, ndr), fin dall’inizio mi ha fatto sentire che ce l’avrei fatta, come se fosse sicura al cento per cento. E probabilmente soffriva ben più di me, insieme ai miei genitori”.

Quanto è stato concreto il sostegno dei tifosi dello Spezia?

“Mi hanno dato una forza incredibile, facendomi sentire quasi come un loro figlio. Quando sono tornato a Spezia, dopo la malattia, ho avvertito un affetto enorme: allo stadio, agli allenamenti, in città. Non potrei avere immaginato un ritorno migliore. Resterà scolpito nel mio cuore tutta la vita”.

Accolto dall’ovazione dello stadio al rientro in campo lo scorso 14 maggio. Emozionato?

“Lo avevo immaginato mille volte. Era quasi un’ossessione dimostrare che potevo tornare a giocare, sebbene avessi già diversi dolori. Già mentre mi riscaldavo percepivo un calore speciale. Poi l’abbraccio con i compagni, Vignali, Hristov, Bandinelli, Cassata, e l’affetto della curva: un momento perfetto”.

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Il ricordo più vivo della promozione in Serie A?

“L’immagine che mi rimane impressa è quella sul pullman dopo la finale. Una sensazione di estasi totale. Non riuscivi a toglierti il sorriso dalla faccia, perché avevamo compiuto qualcosa di straordinario, che rimarrà nella storia del club”.

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Il futuro sarà ancora nel calcio?

“Sicuramente sì, almeno nel futuro più prossimo. È la mia passione. Non so ancora in quale ruolo, ma penso in uno staff tecnico, perché voglio imparare ancora tanto da chi ha più esperienza. Non negli uffici, ma vicino al verde del campo”.

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