Frosinone, tutti i perchè di una crisi senza fine
Francesco Rossi
La prima cosa che insegnano ad un ingegnere civile quando và a progettare una costruzione è di calcolare e realizzare in maniera esatta le fondamenta dove poi poggerà il fabbricato. Sbagliate quelle crolla giù tutto. In sostanza non si può pensare di disegnare le strutture portanti per un piano per poi costruirne dieci. Cosa c’entri tutto questo con la crisi latente del Frosinone è presto detto. A Coverciano centro tecnico della FIGC nonché Università per aspiranti allenatori, tra le varie cose si presume che si dibatti anche su come gestire la parte atletica di una squadra. Ci sta la preparazione di fondo, destinata a dare risultati più a lunga scadenza. E ci sta invece anche un tipo di preparazione che permette partenze fulminee specificatamente approntate per accumulare quanto più vantaggio possibile sulle avversarie “e del resto poi chissà verrà domani“. Cantava Ron. E’ logico e chiaro che in un contesto lungo e logoro come quello cadetto optare per questo tipo di scelta è non solo controproducente ma anche assolutamente compromettente. Bisogna saperla fare alla perferzione e non sbagliare neanche una virgola. Non v’è dubbio alcuno che la preparazione estiva del Frosinone sia stata organizzata e studiata su questa falsa riga. Si è cioè deciso di fare delle fondamenta per una costruzione di 15 piani ben sapendo che il progetto ne prevedeva 42. La lanciatissima partenza a razzo dei ciociari aveva in effetti lasciato tutti gli addetti ai lavori abbastanza di stucco. Non solo, i risultati erano accompagnati da un gioco di pregevole fattura. Cosi mentre gli avversari del cantiere vicino erano intenti ancora a impastare calce e cemento, Moriero e soci alzavano solette su solette. Questo giochino ha però retto giusto qualche mese. Quando è arrivato il momento di dare il vero volto al fabbricato sono iniziati i primi scricchiolii, le prime crepe. Ed allora, rattoppa di qua, chiudi di la, puntella a destra e intonaca a manca, si è arrivati al punto di non ritorno. Il vantaggio accumulato sui vicini si è, giornata dopo giornata, dilapidato e mentre quelli che nessuno dalle parti della Ciociaria riteneva competitor in quanto troppo distanti, poco alla volta sono diventi prima dirimpettai e poi pericolosi fuggiaschi. Il tutto mentre la squadra continuava e continua a barcollare con il soffitto fermatosi al quindicesimo piano, pronto a cedere da un momento all’altro. E’ sotto gli occhi di tutti lo stato fisico del Frosinone. Gli uomini da oramai quasi tre mesi non si reggono più in piedi. E’ l’effetto devastante di una preparazione altrettanto devastante. E certamente l’arrivo del caldo non potrà portare giovamenti. Dopo l’ennesima scossa si è cambiati il capo cantiere. Ma ci vorrà veramente tutto l’ingegno degno del miglior Le Corbusier in vena di Grazia, per mantenere in piedi la baracca e una squadra fiacca e molle. Il caso del Frosinone non è il primo e non sarà certamente l’ultimo. Sono parecchi gli allenatore che preferiscono una partenza lanciata e consegnarsi poi nelle mani del destino. Non si sa quale sia la motivazione: se strutturale in quanto non si ha molta fiducia sul materiale umano a disposizione, o se per una vera e propria mancanza di conoscenza da parte di chi ha in mano le redini del progetto. A questo punto della stagione forse non è neanche una questione di moduli. Si deve cercare di recuperare per quanto è possibile energie a sufficienza per riparare al disastro estivo. Se è vero che due indizi fanno una prova, per l’ex geometra si mette maluccio.


