Grosseto, Moriero: "Torniamo al calcio che diverte"
Non parla del Grosseto, ma del suo pensiero nel calcio, delle sue esperienze e del suo vivere per ventiquattr’ore al giorno il pallone. Francesco Moriero si è confessato ai microfoni di TV9, ne esce una persona determinata ma anche con un equilibrio che lo ha portato ad affrontare la carriera di allenatore per gradi. Mister partiamo con una domanda banale. Che cosa è per lei il calcio? “E' tutto. E' stato qualcosa che mi ha insegnato molto che mi ha visto arrivare con Antonio Conte, Gianluca Petrachi ed altri ragazzi a giocare a sei anni nel Lecce e che ha visto quella squadra crescere con delle regole e dei valori per veder Mazzone farla esordire in serie A. Però è anche una fase che si è chiusa, con la voglia di rimettersi in discussione da allenatore. A me piace parlare del futuro e poco del passato”. Un futuro da allenatore, ma quando è scattata la molla che l'ha portata in panchina? “In Africa. Da calciatore non avevo fatto esperienze all’estero anche se avevo avuto la possibilità di andare al Newcastle. Decisi però di rimanere all’Inter. Quando smisi ero candidato insieme a un altro allenatore per la panchina della Costa d’Avorio. Parlai con mia moglie e decisi di andare in Africa. Il problema era che non sapevo il francese, dunque non mi scelsero per la nazionale. Però un dirigente locale mi chiese di accettare la guida della squadra più importante del paese. Fu tutto un selezionare ragazzi e allenarli. Vincemmo il campionato. Nello stesso anno mi giunse la proposta del Lanciano. Anche lì facemmo un miracolo con un gruppo di giovani.
Da lì in poi la mia carriera in questo mondo è proseguita da allenatore”. Quanto è stato difficile chiudere la fase del giocatore e passare a quella dell'allenatore? “Non è stato difficile. Quando mi sono convinto di fare questo, ho deciso che non ero più un calciatore”. Il suo, però, era un calcio diverso... “In effetti oggi c’è più tattica e la gente si diverte meno. Credo che la tattica sia importante, ma poi ci deve essere anche il gesto tecnico, la libertà per il calciatore di provare la giocata. Vorrei tornare a quel modo di interpretare il calcio, senza esasperazioni”. Quali sono gli allenatori che le hanno dato di più? “Mazzone e Simoni. Due uomini. Mazzone mi fece esordire in prima squadra a sedici anni in Coppa Italia contro la Juventus di Cabrini. Mi diceva devi correre tra le due bandiere, cioè attaccare fino ad una bandierina e coprire fino all’altra facendomi tutta la fascia. Simoni è stato grande anche nella gestione dello spogliatoio di un’Inter vincente”. Ha incontrato anche tanti presidenti vulcanici... “Prima di tutto viene l’uomo. Le strade nella vita si possono dividere, ma restano i valori umani e la stima verso chi si è impegnato e ha lavorato in una società. Io vivo di calcio tutto il giorno e ho sacrificato molto per il pallone. Questa è una cosa che nei miei confronti è sempre stata rispettata”


