Grosseto, il comandante e il capitano..
Capitano arriva di sorpresa, quando i più rimettono le penne dentro i taschini e i Pc nelle custodie. Arriva con il passo deciso e il labbro tremante, annunciandoci di voler parlare con il permesso per farlo; è triste, ma in questa Società, serve il permesso per urlare di gioia, figurati quando hai la rabbia che ti graffia lo stomaco e le lacrime ad annebbiarti gli occhi. Il Comandante invece lo aveva fatto poco prima; parole sante per alcuni, rinfacci per altri. Non riesco mai a capire quanto prendere della santità e quanto tralasciare del rinfaccio; è difficile guardarlo in quegli occhi celesti, vivaci, e poco propensi al perdono. E’ difficile perché lui evita gli sguardi; guarda intorno, in alto, in basso o dalla parte opposta, di dritto ci sono solo le sue parole, affilate come lame: parole sante per alcuni, rinfacci per altri. Ha detto di averci trovato quando ormai eravamo in serie D da una ventina d’anni: parole sante, perché è grazie a lui se anno dopo anno continuiamo a sognare colorando i nostri campionati di emozioni. Però mi domando: “Quando ci ha trovato, sportivamente sporchi, laceri e contusi, perché ci ha preso Comandante? E qualunque sia la risposta perché lo rinfaccia continuamente?” Si è vero, noi parliamo di sogni mentre le aziende chiudono e la gente va in cassa integrazione: sognare in queste condizioni è vergognoso, ma sa una cosa Comandante? Il cassaintegrato in curva ci viene grazie alla cresta sulla spesa, ripetendosi nelle lunghe notti insonni, che il Grifone è l’unico sogno che riesce ancora a fare. Ci viene e impreca al mondo, perché l’amore per la maglia non riesce a contenere il rimorso per i soldi spesi nel biglietto. Quando parla così della mia gente, della mia terra, vorrei essere lo spago che lega la sua valigia di cartone, ma poi, quando nel suo continuo evitare lo sguardo di tutti, s’imbatte per un attimo nel mio, il suo bluff diventa evidente. Lei il Grosseto lo ama e se potessi aprire il suo cuore come con una zip, vedrei il pulsare di ogni partita, di ogni gol, di ogni sogno che di nascosto ha seminato tra di noi.
Cosa c’è Comandante? Pensa davvero sia così stupido ammettere che per portare in serie B una città, che in novant’anni e due guerre non c’era mai stata, ha dovuto amare questa terra e questa gente? Se così non fosse, Domenica non avrebbe mai mandato il suo Capitano tra noi, con la lingua impastata di lacrime e rabbia. Già, il nostro Capitano senza fascia; quanto l’ho insultato per ogni cartellino rosso, quanto ho imprecato per quel carattere deviato: cherubino tra la gente comune e irascibile in campo. Scusami Gigi, non avevo capito che il tuo carattere è uno solo, quello di una persona per bene, che sovrastato dalla melma, deve urlare per non lasciarsi travolgere. Non ho capito il tuo amore per il Grifone, fino a farti prendere le colpe di tutti i tuoi compagni, fino a prenderti il male di alcuni dei tuoi compagni. Calciando quel rigore non hai segnato un gol; hai segnato noi. Hai scritto per sempre il tuo nome sulla maglia; e tutti i pesi, le responsabilità, le urla, le incomprensioni sono state i necessari strumenti per scriverlo. Non ti servirà scappare per cercare chissà dove una partita dove giocare allegro, leggero e senza pressioni. La vita ti ha donato un talento per giocare e un cuore per legarlo ad’unica una maglia, ma se te ne vai non riuscirai a tenere vivi a lungo i ricordi, i canti della curva, l’odore dell’erba dello Zecchini. Resta a casa Gigi, perché basta una fascia al braccio per essere Capitano in una partita, ma ci vuole un cuore puro, sul dischetto di rigore, per esserlo tutta una vita.


