Grosseto, Consonni: "Ieri la mia ultima gara in biancorosso"
la Reggina è stata la sua ultima partita con la maglia biancorossa. Gigi Consonni se ne va. Sbattendo la porta. Il numero dieci si presenta in sala stampa con gli occhi e rossi, ma con tanta voglia di parlare, dopo un silenzio stampa assordante che dura ormai da tempo immemorabile «Ho passato cinque anni bellissimi a Grosseto — inizia — ma questa è stata la mia ultima partita con la maglia biancorossa, nonostante abbia rinnovato il contratto. Grosseto mi ha dato tanto, ma anch’io ho dato tanto a questa maglia». La sua voce è rotta dal pianto. Il capoluogo maremmano gli entrato dentro come una seconda casa. Forse avrebbe voluto un finale diverso da scrivere. magari chiudere la carriera in Maremma e poi dedicarsi ad insegnare calcio come aveva confidato a qualche amico. «Sono considerato da sempre un uomo della società, ma con il presidente parlerò, sì e no, due volte l’anno. Ma non mi sono mai nascosto. Ho sempre avuto sulle mie spalle delle responsabilità grandissime, che però non mi sento più di dover assumere. Questa è la mia decisione e sarà difficile che qualcuno me la faccia cambiare». Le accuse di Consonni si fanno più circostanziate. Tutti hanno ancora negli occhi «l’aggressione» subita qualche minuto prima in mezzo al campo dai giocatori della Reggina, infuriati per quel rigore fischiato a tempo scaduto. Consonni a difendersi. Solo in mezzo al campo. «Mi sono preso una grandissima responsabilità nel calciare il rigore. Diciamo che ho tolto dall’imbarazzo qualche mio compagno che non se la sentiva». Rewind.
Il fischio dopo il fallo da rigore (nettissimo) su Alfageme genera una situazione paradossale. Nessuno dei biancorossi si prende la responsabilità di rimandare la salvezza della Reggina a domenica prossima. Quel pallone scotta. Consonni lo prende, lo sistema sul dischetto e segna. Al triplice fischio la baraonda. Il numero dieci ricomincia: «Un giocatore deve fare il giocatore. Io l’ho fatto. Come sempre. Gli stimoli non mi sono mai mancati e le otto giornate di squalifica rimediate quest’anno stanno lì a dimostrare che non ho mai tirato indietro la gamba, né mai lo farò». IL SUO è un malessere che arriva da lontano: «Purtroppo sono troppo assuefatto alla città e ai tifosi: sono diventato come una spugna che non riesce più a reggere la pressione. E quando le cose non vanno bene faccio da parafulmine beccandomi critiche. Ecco perché ho deciso di darci un taglio». Non centra nulla l’avergli tolto la fascia di capitano a favore di Carobbio: «Lo abbiamo fatto insieme alla società — prosegue Consonni — perché ho troppe volte rischiato di mettere in difficoltà tutti con le espulsioni, che io reputo esagerate. Comunque questo è il mio carattere e sarà difficile cambiarlo». Quella mancanza di energie e, probabilmente, il dopo partita con la Reggina lo ha ferito. Una lacerazione impossibile da rimarginare: «L’ho detto e lo ripeto. Non era facile calciare un rigore che condanna una squadra a lottare ancora per la salvezza. Probabilmente qualche mio compagno non se l’è sentita di prendersi una responsabilità del genere. Comunque io il gioco del calcio me lo sento dentro. Ci tenevo a non perdere questa partita, per questo ho tirato e ho segnato».


