E' TUTTO TROPPO VECCHIO. A PARTIRE DAGLI STADI
Quando anche gli stadi sono… anzi no, non sono neanche da “Serie B”. Vecchi, fatiscenti, inadeguati. Tre aggettivi bastano a descrivere la maggior parte degli impianti del campionato cadetto. E non sono solo trascurati, ma anche vuoti. Lo vediamo ogni sabato.
Anzi, lo vediamo anche ogni domenica: la Serie A soffre di un problema molto simile: nessuna squadra – tranne gli oramai conosciuti casi della Juventus e dell’Udinese – ha un suo stadio di proprietà. Questo comporta, ovviamente, tanti problemi, sia in termini di spettacolo che di mero guadagno per le società. In questo contesto, appare evidente la differenza con gli standard della Premier e, relativamente alla Serie B, della Championship: in Inghilterra è oramai prassi trovare stadi curati, adeguati e sempre pieni, anche durante le sfide di poco prestigio.
Tre sono però gli step che preoccupano, nella nostra cadetteria. Tre punti su cui porre particolare attenzione e su cui si focalizzano i problemi dell’intero panorama calcistico della Serie B italiana:
Piccole piazze giocano in stadi troppo grandi: il caso lampante è quello del Carpi, che per cause di forza maggiore (manutenzione del "Cabassi") si è trovato a giocare in uno stadio – il “Braglia” di Modena – esagerato per la tifoseria che ha dovuto contenere. Il risultato è stato a dir poco squallido: spalti sempre vuoti, e spettacolo che va a farsi benedire. Potrebbe essere un caso isolato questo, se non fosse che con gli eventuali progetti di ristrutturazione degli impianti italiani, molte realtà medio-piccole potrebbero "migrare" in altri impianti, magari esagerati per le loro esigenze.
Grandi piazze giocano in stadi fatiscenti: clamorosa la situazione del Bari. Il "San Nicola" cade a pezzi: costruito in occasione di Italia ’90, è un impianto maestoso, ma purtroppo decadente nonostante i diversi tentativi di manutenzione. Potrebbe, in teoria, accogliere oltre cinquantamila spettatori: un’utopia al giorno d’oggi, date sia le condizioni in cui versa l’impianto, sia la situazione di classifica della squadra. Prendiamo, poi, i casi di Empoli e Reggina, squadre prestigiose e dal passato più glorioso tra quelle che militano quest’anno nel campionato cadetto. Il loro problema è quello di possedere impianti sportivi decisamente vecchi, inadeguati al numero di tifosi costantemente presenti durante le partite. Una vera, concreta ristrutturazione, al “Castellani” e al “Granillo”, non farebbe male.
Piccole piazze giocano in stadi inadatti: qui l’attenzione è focalizzata su squadre come il Cittadella. Il “Tombolato”, per quanto sia ovviamente regolamentare, non è idoneo né a livello estetico, né a quello funzionale. Non che un rifacimento dell’impianto possa produrre tifosi alla squadra veneta, ma di certo uno stadio migliore regalerebbe maggior spettacolo e garantirebbe un afflusso maggiore alle partite.
Cosa serve, quindi, per restituire dignità ad un campionato di livello sempre più scarso? Dura dirlo. Ovviamente, tutti sanno che è impossibile costruire impianti ex novo, soprattutto se prima l’Italia non si sveglia e produce quella legge sugli stadi che da anni oramai impegna (o fa finta di impegnare) chi occupa le sedie in Parlamento. Juventus e Udinese, in A, hanno dimostrato che comunque, con la concessione del territorio dal Comune alle Società, è possibile arginare tale legge e farlo in maniera comunque - ci mancherebbe altro - legale. In tal senso, un investimento serio (laddove sia opportuno) e un progetto concreto potrebbero portare la B ad avere qualche impianto nuovo qua e là sparso per l’Italia. Perché ora come ora la situazione è preoccupante: se c’è lo stadio grande, manca la tifoseria. Se c’è la grande piazza, spesso manca lo stadio. E in alcuni casi non c’è né l’una né l’altra cosa.


