ATALANTA IN A, CON UN SOGNO NEL CASSETTO...
A come Atalanta. Alla fine è arrivata. Sofferta, vibrante, vissuta in tutte le corde come un evento atteso e inevitabile, tanto che il triplice fischio di oggi, alle 16.50 di sabato 7 maggio 2011, è risuonato nell'etere con la forza di un urlo liberatorio. A'm g'ha de turnà sö söbet: il grido di battaglia del presidente Antonio Percassi, l'uomo del new deal con la curva nerazzurra disamorata dalla coda velenosissima della gestione precedente culminata con l'ingloriosa caduta della Dea dall'Olimpo, deve aver ronzato nelle orecchie dei disattenti eroi dei weekend pallonari sotto le Mura. Che nel primo quarto d'ora hanno fatto di tutto per far assomigliare a una corazzata il barchino esplosivo di una pericolante: prima lasciando alla premiata ditta dell'ex Espinal e Memushaj l'onere di spingerla solo dentro, poi costringendo Consigli agli straordinari sullo scatenato Tarana. Brividi freddi lungo la schiena del presidentissimo in tribuna centrale, ma dalla paura all'esplosione collettiva di gioia il passo è brevissimo. Il tempo di riprendersi dal ko rischiato da un undici in versione pugile alle corde, e la felicità porta i volti del doppiettista Tiribocchi, che impatta e piazza la quaterna sopravanzando la bandiera Doni come capocannoniere interno; di Bonaventura, il Jack della stagione del rilancio che rinverdisce i fasti di Rivera nella semifinale mundial con il rigore in movimento del sorpasso; di Gennaro Delvecchio, l'umile scudiero di Stefano Colantuono, lo stratega della risalita sul palcoscenico che conta.
Restano tre giri da qui a fine corsa, e ora l'obiettivo irrinunciabile si chiama primo posto. Da strappare - ma il soprasso è già avvenuto - alla vanagloria del mai troppo sopportato nemico Antonio Conte e del suo Siena, ma questo è un altro discorso: le rivalse possono attendere. C'è da fermarsi, imporre uno stop al tassametro delle emozioni, riflettere e ragionare a mente fredda. Magari soffermandosi sul prossimo futuro, su un avvicendamento sulla tolda di comando negato senza troppa convincione, dell'ombra del Baffo di Aquileia che si staglierebbe alle spalle della Pelata Magica di Anzio. Niente da fare, sotto la volta della tribuna stampa del glorioso monumento baciato dal sole la passione e la felicità coinvolgono anche chi dovrebbe recitare la parte dell'osservatore distaccato e freddo. E dal tunnel dei ricordi sbucano i bocconi amari ingoiati in Coppa Italia con il Livorno, o la remuntada fatale subìta in quel di Piacenza da Mindo Madonna, o ancora il tris servito da un Empoli capace di ripetere il colpaccio anche sul terreno del vecchio e amato “Comunale” baciato dal sole della Maresana, oppure degli scontri diretti consumati senza l'ombra di un successo. Certo, a veder giocare Bonaventura e un Doni sempre principesco ad onta di età e acciacchi, critiche e malevolenze sulla mancanza di calcio champagne agli occhi di chi assiste a una festa di popolo sono figure sbiadite. Indegne dell'essere bergamaschi, indegne di una terra che ha sempre fatto un'icona del binomio lavoro & fatica. Un ritorno al piano di sopra all'insegna del pragmatismo con sprazzi di spettacolo, tirando le somme. Ma lo spazio per i sogni, con quella A che va ben oltre la prima lettera dell'alfabeto del tifoso nerazzurro, viene reclamato dagli stessi che per l'intera annata hanno posato le terga sui gradoni del tifo: “Presidente, portaci in Europa!”. Bentornata in A, vecchia Bergamo dal cuore nerazzurro.


