MATTINO DI PADOVA - MARCHETTI: "VI SPIEGO COS'è IL CITTA"
Redazione TuttoB
Stefano Marchetti, lei è il direttore generale del Cittadella. E’ questa la squadra più forte che ha allestito?
«Non lo so. Il gruppo attuale ci sta dando grosse soddisfazioni, ma anche in passato abbiamo fatto bene. Penso all’organico che ha vinto, due anni fa, i playoff di C/1. Il minimo comune denominatore, allora come oggi, è il cuore, da cui il Citta non può mai prescindere».
Ci consenta di essere più curiosi: se l’aspettava di essere messo così bene in classifica dopo 28 gare?
«No. Ma all’inizio di una stagione è difficile sbilanciarsi in previsioni: quest’anno siamo partiti con giocatori alla prima esperienza della categoria. Nutrivamo la speranza che riuscissero a crescere in fretta. Alcuni di loro mi hanno sorpreso positivamente sul piano caratteriale».
Ci fa qualche nome?
«Ardemagni e Iunco, ma anche Pettinari e Bellazzini. Gente che non molla mai e che cerca sempre di migliorarsi. Tuttavia nel gruppo, molto unito, non mancano gli esempi di chi, giocando anche poco, rappresenta un punto di riferimento riconosciuto per gli altri. Uno su tutti: Edoardo Gorini».
Dieci anni di servizio totale a favore della causa granata. Possibile che non abbia mai avuto la tentazione di cambiare?
«Ho cominciato nella stagione 2000/2001, in B. Ero al settore giovanile, e nei week end seguivo le partite di giocatori che potevano interessare la nostra prima squadra. Quando retrocedemmo in C/1 (giugno 2003, ndr), fui promosso d.g. con presidente ancora Piergiorgio Gabrielli. Negli anni successivi mi sono sempre confrontato con il papà Angelo: con lui c’era sintonia totale. E quando ho avuto qualche richiesta da valutare, anche di categoria superiore, il patron mi rispondeva in dialetto: “No te sì ancora pronto, resta qua con mi che se meio”. E mi convinceva».
Cittadella nel sangue, dunque?
«E’ qualcosa che sento mio, dal di dentro. Sono nato a Fontaniva, del resto».
State facendo bene anche al secondo anno consecutivo di B. Qual è, se c’è, il segreto?
«Le idee, l’organizzazione, il gruppo anche nelle stanze della società. I soldi, certo, sono la base di partenza, ma è il feeling che funziona. Qui tutti sono necessari, nessuno indispensabile. Di indispensabile c’è solo il Cittadella».
A proposito di giocatori, ci rivela come fa a scoprire certi talenti o a rilanciare chi è stato frettolosamente bocciato da altre parti?
«Ho buone amicizie in giro... Battute a parte, il segreto, se tale può essere definito, è uno solo: i giocatori che m’interessano li vedo, e li rivedo, parecchie volte di persona. Poi è fondamentale la coerenza, in ogni trattativa: io non posso permettermi di fare grosse differenze, sul piano economico, fra gli atleti di una stessa fascia. Non devo creare squilibri. E poi parlo molto con loro, perchè la gestione del singolo è fondamentale».
Foscarini resta?
«Tempo al tempo. Come facevamo con Angelo, fra un po’ ci siederemo al tavolo, Andrea Gabrielli, il sottoscritto e il mister, e valuteremo. Una cosa è certa: nessuno lo manda via».
Ha citato Andrea Gabrielli. Come ha raccolto lo scomodo testimone lasciatogli dal papà?
«Devo fargli i complimenti, si è calato nel ruolo del presidente proprio come avrebbe voluto il genitore. Ci è vicino con gli atteggiamenti giusti, trasmette serenità e dà continuità alla “filosofia” di Angelo. Ma un altro punto di riferimento per tutti noi è Giancarlo Pavin, il vice-presidente: è sempre presente».
Veniamo all’attualità: domani giocate a Lecce, in casa della capolista. Che cosa chiede ai suoi?
«Di esibire la stessa tensione e la stessa rabbia delle ultime tre partite, vinte tutte. Angelo Gabrielli mi ha insegnato a lottare con umiltà per raggiungere un traguardo alla volta. Il primo è la salvezza. Poi, se sarà il caso, si potrà anche sognare... Ma restare in B varrebbe già un risultato storico».
A proposito, il premio salvezza lo avete già discusso con la squadra?
«Non ancora. Ma non credo ci saranno problemi».


