Cittadella, Scardina: "Vittoria per il Moro"
Federico Errante
Francesco Scardina (30) e Piermario Morosini erano compagni di squadra ai tempi del Vicenza. Erano amici. Imperfetto, come quell'anelito che distanzia la vita dalla polvere che si è portato Moro, e il suo il n°25, via per sempre. Resta il ricordo, l'affetto, quanto si è seminato durante il passaggio su questo misterioso e conturbante pianeta, affidato a chi rimane, come Francesco Scardina.
Il difensore del Cittadella, in questa ESCLUSIVA di TMW, parla di Piermario e del pallone che continua a rotolare, nonostante quell'anelito incontrollabile.
Francesco, che partita è stata per te Livorno - Cittadella di tre giorni fa?
"(lungo sospiro, N.d.R.) Difficile, c'era sentimento, sapevamo cosa ci fosse di sfondo. Di colpo è venuto meno un amico. A Vicenza tutti i giovedì cenavamo assieme, eravamo spesso in contatto. Prima della gara ho portato i fiori sotto la curva del Livorno. In campo il pensiero è andato a lui. Ero un po' teso all'inizio, fino al fischio iniziale ero bloccato. C'era molta emozione, iniziata la partita ho pensato agli avversari, che poi hanno messo qualcosa in più per onorare il loro compagno".
Stesso tuo atteggiamento.
"Quando muore un ragazzo si tende a santificarlo. Nel suo caso non c'è stata retorica quando lo si è descritto con termini positivi. La vita gli aveva tolto tanto, quasi tutto, ma lui non lo faceva pesare agli altri. Aveva sempre il sorriso. Ad esempio lui andò alla Reggina, però poi volle tornare al nord. Non aveva mai detto quale fosse il motivo, cioè che voleva avvicinarsi alla sorella, invece magari si pensava che non volesse stare lì al sud. Non caricava gli altri della sua condizione. Lui era così come viene raccontato. Una persona buona".
Calcisticamente parlando, che sapore ha per voi questa vittoria?
"Venivamo da un periodo non molto roseo, era una giornata di campionato da non sbagliare. Marzo non è stato facile. Ci serviva un risultato importante per ritrovare serenità, la vittoria di Livorno lo è, perché ottenuto contro una diretta concorrente e perché ottenuto fuori casa".
Siete salvi?
"Noi pensavamo di essere non dico salvi ma perlomeno tranquilli già qualche giornata fa, solo che dietro hanno cominciato a spingere. La vittoria di Livorno ci ha rasserenato un po'. È stato un bel risultato, però a ora non possiamo dire di essere salvi. Tre o quattro punti ci potranno ancora essere utili".
Cittadella sembra l'ultimo baluardo di un calcio che non c'è più, quasi vintage ma ancora competitivo.
"Esatto, non c'è l'atmosfera della squadra così come si è portati a pensare nello stereotipo comune. Si fanno spesso cene, si respira un clima da famiglia. Ad esempio il direttore Marchetti e il presidente Gabrielli sono due persone alle quali puoi dare del tu. Questo è sintomo di comunione, difficilmente a queste cariche puoi dare del tu in altre realtà. Sono tutti vicini alla squadra. Ci si conosce anche in città, i tifosi sono tranquilli, le uniche pressioni le mette il mister Foscarini (sorride, N.d.R.). Alla base di queste salvezze c'è un direttore bravissimo, che pesca i giocatori giusti nel momento giusto, il mister poi riesce ad amalgamarli bene. Ogni anno cambiamo quindici calciatori, non è facile fare bene, ma a Cittadella ci riescono. Si parla la stessa lingua".
Come giudichi la tua stagione?
"L'anno scorso, dopo l'operazione al ginocchio, sono stato fermo un po' di mesi. Da gennaio sono tornato e sto giocando discretamente bene, al momento sono abbastanza soddisfatto. Essendo poi a scadenza devo fare bene per me e per il Cittadella, faccio di necessità virtù".
Hai avuto cenni dalla dirigenza per rinnovare?
"No. So però che loro discutono con i calciatori in scadenza non prima di giugno, come fecero con quattordici elementi l'anno scorso. Penso che vogliano prima acquisire la permanenza in B, per poi discuterne".
Resteresti in Veneto oppure hai voglia di nuove sfide?
"Se le condizioni saranno accettabili rimarrò, qui sto bene. Ho trent'anni e devono esserci i presupposti adatti, c'è tempo comunque, portiamo a casa la salvezza e poi avremo modo di parlarne con chi vorrà farlo".
Nell'estate 2010 arrivasti al Cittadella da svincolato, dopo un biennio in A col Chievo: come mai accettasti un declassamento di categoria?
"Nel finale della stagione 2009/2010 con il Chievo ebbi vetrine prestigiose, come la partita in casa dell'Inter, o quella contro la Roma al Bentegodi. Però da quell'anno in poi è esplosa la crisi del calcio, ormai sono due stagioni che in giro hanno iniziato a non tirare fuori soldi. Ebbi una proposta dal Wisla Cracovia, ma che non si concretizzò. Cittadella fu una buonissima opzione. Adesso andare a scadenza è un problema. Fino a qualche anno fa un calciatore non vedeva l'ora, aveva più porte aperte, ora è un peso".


