Vicenza, Zanchi" Bisogna sempre lottare"
Francobolli Batistuta e Ronaldo, Weah e Totti (35), uscendone con orgoglio, a volte sconfitto a volte trionfante, sempre a testa alta. Quella testa che nella primavera 2003 gli ha fatto vincere la battaglia più importante della vita: contro un angioma, un cancro per intenderci.
Marco Zanchi (34) otto anni fa è entrato duro su un avversario sulla carta immarcabile, battendolo con tenacia, voglia e grinta.
In ESCLUSIVA per TMW il suo grido di speranza, perché "se non ci credi fai sempre poca strada" .
Nel calcio come nella vita.
Marco, nel 2003 hai debellato un angioma al cervello, posizionato all'altezza della nuca, ritornando ad una vita normale in campo e fuori. Dopo anche il recente successo di Mondonico sul sarcoma, pensi che il calcio possa essere cassa di risonanza per dare fiducia e consapevolezza che la malattia può essere sconfitta?
"Sì, perché da sportivo hai sempre la voglia di non mollare mai e di trovare una soluzione. Quando mi è stato diagnosticato il tumore alla testa la prima cosa che pensai fu di ritornare a giocare. Ho sempre avuto questa forza, fin da bambino. È stato uno sprone per ritornare come prima. Magari sono stato fortunato, ma dal punto di vista mentale c'ho sempre creduto. Bisogna credere sempre in se stessi e non mollare. Questo andrebbe insegnato ai bambini. Poi penso a queste generazioni di calciatori, che per una piazza che non piace loro chiedono di andare via, subito si arrendono e si lasciano sopraffare dalle critiche. Quando poi la gente li definisce viziati fa bene. Il rispetto si guadagna sul terreno di gioco, non deve mai mancare la professionalità".
Passando alle cose di campo, mister Cagni ha individuato nella vostra ritrovata voglia di divertirvi il segreto della risalita in classifica. Sei d'accordo?
"Sì ma è un po' riduttivo. È stato un insieme di cose. Prima di tutto c'è stata una presa di responsabilità da parte del gruppo. L'inizio è stato disastroso da ogni punto di vista, quindi bisognava fare un esame di coscienza come squadra. I risultati poi aiutano, fanno morale, ti danno sicurezza, questo ci ha permesso di ritornare sulla giusta strada. C'è ancora tanto da fare, ma quanto meno con i risultati che vengono acquisisci consapevolezza".
Cosa non ha funzionato con mister Baldini?
"Il problema principale è stato un'incomprensione di linguaggio tra quello che voleva il mister e quello che recepivamo noi, non eravamo pronti per quello che ci chiedeva. Molte volte ci ha trattato come uomini, ha dato grandi libertà a giocatori adulti, e forse in quel momento avevamo bisogno del classico allenatore che ci dicesse cosa fare. È stato un limite del nostro gruppo. E poi incide molto anche il fato. A Genova c'è stata la dimostrazione che quando sei applicato porti un pizzico di fortuna dalla tua parte. Dal campo non ho visto una Sampdoria gravemente in affanno com'è stata descritta sui giornali, era una squadra si in difficoltà ma non moribonda. Fortunatamente abbiamo avuto Frison (23) che ha parato tutto, sono stati tre punti che ci hanno permesso di rifiatare in una classifica ancora deficitaria".
Proprio Frison che giostra alle tue spalle: è definitivamente esploso?
"Sì. Sono contento per Alberto, perché ha avuto una prima esperienza a Vicenza non troppo esaltante. Ci fu un giudizio affrettato su di lui. Adesso è tornato convinto, non è più chiuso e timido come era prima. Per un estremo difensore avere un carattere aperto è fondamentale, il reparto difensivo quando ha un portiere che parla acquisisce maggiore sicurezza. Adesso è diventato consapevole in quello e fa vedere quello che vale".
L'obiettivo per voi rimane la salvezza?
"Sicuramente. Ormai ogni anno abbiamo commesso l'errore di pensare in grande non appena acquisita una posizione buona in classifica, ma dobbiamo vivere alla giornata e stare in tensione. Se molliamo un po', vista la nostra cifra tecnica, diventiamo una squadra normale. Se non siamo sempre al 100% mentalmente facciamo fatica".
Quali sono le tue favorite alla promozione?
"Mi ha impressionato il Torino, per il sistema di gioco che ha sa quello che vuole, non si adatta all'avversario. Quel tipo di squadre vanno in A. Il Padova anche mi ha impressionato, poi guardo con attenzione il Pescara, mi piace il tipo di calcio di Zeman. Ci sarà sempre una sorpresa, mi piacerebbe che fosse il Vicenza, ma la vedo dura vista la partenza ad handicap. Il Sassuolo è a 31, è una squadra con qualità, ma non lo vedo attrezzato per affrontare 42 partite. Se l'11 di base non ha infortuni o squalifiche potrebbero durare, perché vedo una panchina un po' corta".
Nel 2000 hai vinto da titolare un Europeo Under 21 con gente come Gattuso (33), Pirlo (32) e Perrotta (34), poi diventata Campione del Mondo. Cosa ti è mancato per fare una carriera simile alla loro?
"L'errore principale è stato quello di andare alla Juve. Non avevo l'esperienza. Avevo fatto un solo campionato da titolare ad Udine. Sono stato catapultato in un ambiente dove serviva tanta personalità. Allenarsi tutti i giorni con Del Piero (37), Zidane, da un lato ti arricchisce dall'altro ti incute rispetto, che si traduce in una mancanza in campo. Se giochi nella Juve non puoi accontentarti del risultato, e se non sei abituato a lottare sempre per vincere soffri. Se poi hai la fortuna di giocare in una società che ti aspetta hai più chances. Pirlo ha girato prima di affermarsi, la società credeva in lui. La Juve voleva tutto e subito, non ero pronto e l'ho dimostrato sul campo. Ad esempio giocai Milan - Juve con la doppietta in rimonta di Conte e feci bene, ero giovane ma non ero costante".
Sei stato compagno di squadra di Alex Del Piero nella Juventus: lo vedi con una maglia diversa dal bianconero?
"Penso di no. Lui già da quando giocavamo assieme aveva la mania di New York e degli Stati Uniti, l'unica opzione sarebbe quella. Vederlo con un'altra maglia italiana sarebbe una macchia, non ne ha bisogno. È un campione trasversale, stimato anche dai non juventini, è giusto che lasci questo ricordo di fedeltà".
E tu fino a quando combatterai in campo?
"Il più a lungo possibile. Però ho il pallino di fare l'allenatore, vediamo quanto sarà forte questo richiamo rispetto al giocare. Devo prendere il patentino di terza categoria. Per ora mi piace ancora giocare ma sicuramente farò l'allenatore in futuro. Mi sento portato. Se vuoi fare una carriera di livello da allenatore devi mettere in conto sacrifici familiari, è una vitaccia per certi aspetti. Poi non so se vorrei allenare i ragazzi o i grandi, non ho le idee chiare in questo".
Quale modulo tattico prediligeresti?
"Io sono un amante del 4-3-3 o del 3-4-3, sicuramente sotto le 3 punte non scenderei. Ho avuto la fortuna di aver giocato spesso con questo modulo e le 3 punte mi hanno sempre colpito, anche se non è il modulo a caratterizzare una squadra ma l'armonia nel mettere in pratica la tattica".
Sei un attivo sindacalista nei ranghi dell'AIC, come giudichi la recente firma del nuovo contratto collettivo di categoria?
"È stato fatto il giusto. Non c'è mai stato un grande tira e molla, aspettavamo la serie A per gettare basi ma le nostre riunioni sono sempre state positive e propositive. Siamo riusciti a inserire quello che volevamo. Viviamo una realtà diversa dalla A, le difficoltà principali in B arrivano quando si retrocede in C, con le società che rischiano di fallire. Il resto era facile da chiudere".
Tra poche ore la visita in casa di una Nocerina che gioca bene ma raccoglie poco, che partita sarà?
"Deve rappresentare la partita della vita. Siamo nel bel mezzo della zona retrocessione. È uno scontro diretto contro una squadra in difficoltà. Dobbiamo uscire almeno con un punto. Abbiamo sempre avuto problemi nelle trasferte negli ultimi anni, questo ci ha sempre limitato. La nostra partenza deficitaria ci mette nelle condizioni di non poter più sbagliare, dobbiamo dare continuità soprattutto fuori casa".


