Torino, Ventura: "Come sono arrivato me ne posso anche andare"
Federico Errante
Provoca sorridendo, difende i giocatori come fossero figli, sforna paradossi senza sosta, regala pillole da antologia («Sono come il santone Sai Baba: pontifico sciocchezze, ma ci credo») ed offre la sua visione del calcio imitando il Trap dell'era «Strunz». Se questo è l'effetto che può provocare una sconfitta a Giampiero Ventura, allora al prossimo ko del Toro andrebbe avvertita la trasmissione «Blob» per confezionare uno show ad uso e consumo di una platea più vasta, senza limitarlo al solo container della Sisport. Lo spettacolo messo in piedi ieri all'ora di pranzo dal tecnico granata, dopo la débâcle di Gubbio e alla vigilia della delicata partita casalinga con l'Empoli, però non è nato per caso ed è servito per lanciare messaggi ad un ambiente in preda al solito ottovolante umorale. «Sapevo della mancanza di equilibrio di Torino - arringa Ventura -, ma alla prima sconfitta non si può buttare via tutto così. Vi ricordate da dove siamo partiti? Qui tutti mi chiedevano di ridare orgoglio e speranza: questo abbiamo fatto nei tre mesi di lavoro, per cercare di ricostruire qualcosa di Toro, ed ora non possiamo perdere la nostra serenità. O peggio ancora, far tornare l'antico virus: non rimettiamo il macigno in testa a chi se l'è tolto in fretta».
Colpito dalla reazione di chi teme di rivedere i fantasmi del recente passato e probabilmente toccato dalla reazione dei reduci dell'anno scorso, Giampiero Ventura ha alzato i toni per scacciare pericolose ombre prima della sfida all'Olimpico. Contro un Empoli terz'ultimo in classifica, che oggi pomeriggio si schiererà arroccato, il Toro primo della classe giocherà con Surraco-Stevanovic sulle fasce e Bianchi-Ebagua in mezzo, ma soprattutto dovrà avere pazienza e sicurezze forti per tornare alla vittoria e cancellare in fretta lo scivolone di lunedì. «Anche perché se prendiamo subito gol, con un rinvio sbagliato di Coppola, ci ritiriamo dal campo?», punzecchia il tecnico genovese per esorcizzare i rischi di una partita difficile ed evitare che la pressione del pubblico amico possa schiacciare la sua squadra. «Se non aiutiamo questi giocatori e non li tuteliamo - prevede Ventura -, non solo non vinciamo, ma faremo la fine degli anni scorsi». Evoca il peggio, agitando lo spettro di Torino-Padova («Chi era in campo quel giorno ha vissuto un dramma calcistico»), per togliere la tensione in vista del tour de force con 3 partite in 7 giorni. «Io non metto le mani avanti - ribatte -, ma faccio prevenzione perché prima di conquistare il campionato, dobbiamo vincere una partita più importante: quella della mentalità. Ci saranno altre Gubbio, perché questa è la serie B: ma noi non dobbiamo avere paura». E per toglierla, Ventura frulla una miscela di rabbia («Fare calcio è sacrificio, adrenalina, voglia di dare, idee e serenità: il calcio è calcio, ma non qui a Torino») ed ironia («Non faccio l'allenatore, ma il papà, il nonno e il padre spirituale»), fino al melò: «Prendere o lasciare: come sono arrivato, me ne posso andare». Giù il sipario, anzi tutti in campo.


