Torino, Stevanovic: "Qui con testa e cuore"
Federico Errante
"Hai appena fatto un gol e già concedi interviste? Ma se non sei nessuno!". Dopo averlo abbracciato per primo sul prato dell'Olimpico dopo l'1-0 al Varese, Gomis si diverte a canzonare il suo amico Stevanovic. «Abbiamo lo stesso carattere - sorride il talento serbo -. E' vero: non ho vinto la Champions, ma ho rotto il ghiaccio col Toro e spero che quel primo gol non sia l'ultimo…».
Alen Stevanovic, a chi dedica la sua prima volta?
«Alla mia famiglia e a Giacomo Ferri, che è sempre stato con me. Io non dimentico chi mi ha aiutato nei momenti difficili».
Quel gol premia il suo impegno?
«Lo vedo come un segnale, come la dimostrazione che il lavoro paga. E poi volevo tanto segnare, ma quando ci tieni non arriva mai».
Ventura dice che è felice per lei, soprattutto perché ha saputo chiedere il cambio…
«Lui mi ha insegnato tanto ed ora mi diverto. Se penso che non volevo giocare sulla fascia destra perché non sapevo crossare… In più ora ho imparato che bisogna dare il massimo e poi fare spazio quando non ne hai più. L'anno scorso non ragionavo così: ero egoista e non crescevo».
Questo spiega l'esilio a Toronto?
«Sì e mi è servito perché lì è iniziato il mio percorso di cambiamento. Il primo mese è stato durissimo: non conoscevo nessuno, era distrutto e non smaltivo neanche il fuso. Però ho avuto tanto tempo per pensare, per capire dove sbagliavo e cosa volevo veramente».
Nel Toro nessuno l'aveva aiutata?
«Molti compagni mi dicevano tante cose giuste un anno fa, ma io dovevo sbattere la testa contro il muro per capire dove sbagliavo».
Dove può arrivare il nuovo Stevanovic?
«Ci vuole tempo per diventare un giocatore e un uomo. Poi dipende dalla persona: c'è chi capisce prima, chi dopo, chi mai. Voglio alzare l'asticella poco per volta, poi alla fine capirò a che altezza sono arrivato».
Il prossimo obiettivo?
«Crescere nel Toro e conquistare la serie A».
Sogni da grande?
«Tutti direbbero Real Madrid o Barcellona. Io sono qua e sono felice. Vorrei giocare ancora col Toro: qui c'è la mia testa e il mio cuore».
Si sente in bilico, visto che metà cartellino è dell'Inter?
«È presto per dire cosa accadrà, ma qui sto bene: l'anno scorso ho visto il peggio, ora il meglio».
Che Zidane fosse il suo idolo si sa, ma da piccolo lei per chi tifava?
«Per la Stella Rossa: quando sono nato ha vinto la Coppa Campioni e poi l'Intercontinentale. Andavo pazzo per loro e rivedo sempre i gol di Savicevic: un mito».
Anno 1991, la Jugoslavia si dissolve ed inizia la guerra…
«Ero troppo piccolo per ricordare. Quella del 1999, invece, è viva nella mia testa. Sentivo i bombardamenti della Nato su Belgrado: sono stati tre mesi durissimi».
Ha mai avuto paura di non farcela nel calcio?
«No, altrimenti avrei già smesso. Anche se ho solo 20 anni, ne ho già viste di ogni tipo fuori e dentro il campo. Questo mi ha rafforzato e poi il carattere di noi serbi fa il resto: sappiamo che cosa è la sofferenza e questo spiega la nostra testa matta».
Nato a Zurigo, cresciuto in Serbia ed esploso in Italia. Qual è il suo paese?
«In Svizzera ho mamma, una sorellastra ed un fratellastro: Jovan, di 12 anni, che è fortissimo a calcio. L'Italia mi sta dando tanto, ma il mio paese è la Serbia. Mi piacerebbe giocare per la mia nazionale e magari andare agli Europei del prossimo anno: non bisogna porsi limiti, dipende da me».


