Torino, quanto può far male essere obbligati a vincere
Federico Errante
A proposito di Torino-Sampdoria di stasera, ritorniamo su una domanda ormai ricorrente: meglio giocare conoscendo l’ultimo risultato delle rivali più importanti o meglio non scendere in campo gravati dal pensiero fisso di dover approfittare della circostanza, sennò si butta via una speciale opportunità?
Come tutte le domande serie, anche questa domanda patisce l’orpello inevitabile e abbastanza comico delle varianti, delle sfumature, che possono legarsi alle particolarità di questa o quella squadra. E quale tipo di squadra è il Toro? Quale la sua possibile, prevedibile reazione dopo che il Sassuolo e il Pescara hanno pareggiato, dopo che il Verona ha vinto?
Una premessa: se lo sport fosse come dicono, come scriviamo, la domanda non avrebbe senso, ognuno dà o deve dare sempre il massimo, indipendentemente dal risultato degli altri, e amen. Ma si può anche andare oltre, proclamando che specialmente il professionista deve dare sempre il massimo, essendo pagato per questo, e siccome lo sport di cui stiamo parlando, il calcio, è superprofessionistico, doppio amen. Ma siccome lo sport del calcio gode e patisce anche del fatto che la palla è rotonda e riesce persino a pensare che in campo "giochi" anche il tifoso, con il suo incitamento, ecco che si può e si deve andare avanti nel giochetto di valutare questo o quel tipo di comportamento. Sempre, si capisce, allontanando da noi il pensieraccio - una zanzara, ma artiglia come un falco - che, mentre qui noi teorizziamo di calcio giocato, a Ulan Bator (Mongolia) un gruppo di zingari della Namibia stiano inviando tre clavicembaliste della Patagonia a corrompere quattro calciatori di una squadretta italiana
Uffa, torniamo al Toro. Che tipo di squadra è, come può reagire al risultato altrui, non appreso da un urlo dalla panchina, a lavori in corso contemporaneamente qui e là, ma conosciuto con largo anticipo, valutato, metabolizzato?
Dopo tentativi blandi, automatici, canonici, diremmo addirittura fisiologici, e comunque vani, di spostarci nel gruppo scelto dei giornalisti sportivi anzi calcistici che sanno sempre tutto, da tempo ci siamo arresi e così qui scriviamo che proprio non sappiamo quale Toro sarà. Ma andiamo oltre e scriviamo che molto dipenderà dalla casualità del divenire del gioco, dai cosiddetti episodi. Banalità, questa nostra, da far impallidire quelle di Celentano, ma anche banalità che rischia non solo di essere presa sul serio, ma di avere il cosiddetto conforto degli eventi.
Il tutto senza tenere conto poi che in un gioco come il calcio non conta soltanto quello che tu vuoi fare, ma quello che l’avversario ti lascia fare. Altra sublime celentanità che appunto rischia di essere valida. Noi siamo giornalisti all’antica, ma quando leggiamo che una squadra si accorcia pensiamo che c’entri anche il fatto che l’altra si allunga.
Consegniamo questo pensiero profondo a chi nella fattispecie segue il Toro impegnato stasera. E magari va allo stadio pensando di poter influire per vie paranormali sull’impegno dei suoi cari giocatori, e speriamo che abbia ragione lui.


