Torino, quando la porta diventa stretta...
Federico Errante
La palla ora frulla, sostiene Giampiero Ventura. Solo che nessuno la spedisce in porta e così la certezza di produrre sempre 7-8 occasioni a partita si scontra con la penuria di gol. Una beffa e un danno, ma nelle prime 5 partite del 2012 sono maturate tre reti di Antenucci e un'autorete del Vicenza, facendo così ancora abbassare la scarsa media realizzativa del Toro. Una squadra che vanta l'11° attacco della serie B (anche la Nocerina ultima in classifica segna di più) e le punte meno prolifiche del torneo. Bianchi, Sgrigna ed Antenucci sono infatti a quota 5 gol e non rientrano neanche tra i primi 25 marcatori cadetti, mentre l'ultimo arrivato Meggiorini in tre occasioni è riuscito a sbagliare ogni volta un gol più clamoroso dell'altro.
Piccoli campanelli d'allarme per un Toro che crea tantissimo, ma non riesce a finalizzare l'imponente mole di lavoro. Quasi fosse colpito da una sindrome da stress. «L'unica soluzione è la tranquillità mentale - analizza Paolo Pulici, re dei bomber torinisti -: se vai in campo a tutti i costi per segnare, poi sbagli. Però è anche vero che la testa la guarisci con gli allenamenti: un supplemento di tiri, dopo ogni sessione, non farebbe male». Un suggerimento provato sulla propria pelle al Filadelfia. «Io mi fermavo sempre mezz'ora in più per calciare in porta - aggiunge Puliciclone - e quando non vedevo la porta, Giagnoni mi fece tirare da ogni zona del campo. Anche perché se in partita centravo 4 volte la porta su 10 tiri, la domenica successiva ero in tribuna. Oggi invece più sbagliano e più giocano».
Una ricetta per guarire dal mal di gol la propone anche Sergio Vatta, creatore di talenti granata e maestro di quel Bobo Vieri scardinatore di difese. «Segnare non è solo una questione di tecnica - spiega -, perché quella si impara. Servono anche intelligenza e creatività, ma quest'ultima è una dote che manca al Toro di Ventura». E probabilmente questa rigidità negli schemi aiuta a spiegare i 29 gol segnati in 25 partite. «Il gioco granata è monocorde - attacca Vatta -: alla lunga vince la squadra che inventa e fa cose imprevedibili. L'organizzazione conta, ma guai a togliere l'individualità ai giocatori: il calcio è creatività e libertà». Ne sa qualcosa anche Aldo Serena, che giocava in un Toro tirchio di gol «perché anche gli attaccanti si sacrificavano per contribuire a non prenderne. Radice era avanti di vent'anni, però quando non si segnava l'unica cosa da fare era di autodisciplinarsi: staccarsi dall'esterno e concentrarsi solo sul lavoro».
Nel Toro che fatica a segnare spicca l'assenza di Rolando Bianchi, l'11° marcatore della storia granata con 61 centri, che sta attraversando un digiuno record di 4 mesi. «Il gol ritornerà facilmente - lo sprona Pulici -: continui col suo lavoro, anche se capisco che dal mercato può esserne uscito frastornato. Però i leader non si mettono in discussione, anche quando vivono un periodo no». L'esempio di Milito lo fa direttamente Serena, che però vede un contrasto con gli schemi di Ventura. «Il Toro gioca molto palla a terra con scambi veloci - riflette -: questo può aiutare attaccanti tecnici e sereni, ma quando si è in difficoltà non può essere la soluzione ideale».
Sul capitano granata, Vatta non ha dubbi: «Non è diventato brocco all'improvviso e là davanti ha più qualità di tutti. Bianchi entra in campo come fosse un primavera che deve sempre confermare quello che fa, ecco perché Ventura deve dargli fiducia piena, fargli capire che è indispensabile».


