Torino, per la A serve una società più forte
Federico Errante
Uno dei peggiori anni del Toro si chiude nel migliore dei modi possibili: in testa al campionato. Un fatturato che in pochi credevano possibile vista la diffidenza e le difficoltà ambientali in cui cui questa stagione ha messo le radici. Dalla contestazione di luglio in Sisport sembra passato un secolo, non cinque mesi: un periodo in cui Ventura e i giocatori hanno domato oltre agli avversari anche lo scetticismo e il pessimismo generale.
Il merito è loro e, sacrosanto affermarlo, anche di Cairo che, una tantum, ha agito con saggezza per accontentare il proprio allenatore nei tempi e negli uomini. Ora siamo alla svolta: il presidente dice di aver imparato dai propri errori e, pur non essendo una primizia come affermazione, gli crediamo. A patto che una volta per tutte passi dalle parole ai fatti. Sia chiaro, la priorità del 2012 è la serie A, ma conquistarla con un'ossatura societaria così priva di muscoli servirà a ben poco. Dice, Cairo, di voler continuare a investire nel vivaio e di auspicare un colpo in un mercato lontano. Alla buon'ora. Dopo sei anni anche lui ha capito che senza una struttura solida non si va da nessuna parte.
Ma nulla si improvvisa: dov'è il responsabile del settore giovanile, dove sono gli investimenti, dov'è la rete degli osservatori? Dov'è un dirigente che conosca il regolamento per evitare figuracce come quelle di Padova? «Ora il Toro è una squadra» sostiene Cairo. Giusto. Ma per la serie A manca ancora la società.


