Torino, Oduamadi: "Noi giovani granata liberi, forti ed affamati"
Federico Errante
Nelle giovanili del Milan lo chiamavano Gullit per le treccine, oggi il Torino può soprannominarlo scacciapensieri. Un po’ come la sua filosofia di vita. «Gioco sempre con il sorriso, se sbaglio non mi arrabbio, non sento pressioni, sono un ragazzo fortunato: al mio paese la vita è dura»: è sereno Nnamdi Oduamadi, 21 anni, un destino da calciatore impresso nel dna di famiglia, cominciato a piedi nudi sui campi in terra a Lagos. Il nigeriano è l’ultima bella scoperta della cucciolata di Ventura che sta facendo grande il Toro. A Grosseto è stato protagonista della rotonda vittoria per 3-0. Alla prima trasferta da titolare, dopo 12’ ha spianato la strada ai granata che fuori casa non vincevano da 4 mesi. Ad Ascoli, alla prima giornata, ha siglato il 2-1 che ha permesso di ribaltare lo svantaggio e di partire con il piede giusto.
Oduamadi, tra i due gol che ha realizzato sono passasti sei mesi e mezzo: dov’era finito?
«Mi sono infortunato alla seconda giornata e poi per riprendere non è stato semplice. Ho dovuto ricominciare da zero, ho atteso il mio turno, ora sto bene e me la gioco con tutti».
La sua rete ha spezzato l’astinenza lontano dall’Olimpico di 265’. Dopo Verdi e Stevanovic, per citare i compagni di reparto, è il suo momento. È sempre più il Toro dei giovani?
«È il Toro di tutti nel quale ci stiamo ritagliando un ruolo molto importante. Abbiamo tanta forza. E fame. Siamo liberi di testa, possiamo dare una grossa mano in chiave promozione».
L’entusiasmo contagia anche lo spogliatoio: dopo aver ballato sotto doccia, come ha festeggiato il gol?
«Sono andato a cena fuori: riso e zuppa, come sempre. Cibo africano. È la mia dieta: mangio in abbondanza ma rimango sempre magro».
Nel ritiro estivo Ventura era rimasto colpito dall’esilità delle sue gambe, poi è stato lei a colpirlo con velocità e facilità di corsa.
«Sono contento di Ventura, per me è un sogno. È un allenatore che dà una fiducia incredibile alla squadra. Quando sbagli, lui ti rincuora sempre. E ha ragione quando parla del Toro in serie A: se ci va, questa squadra può stupire davvero».
Con o senza di lei, l’anno prossimo?
«Sono in prestito fino a giugno, ma c’è un’opzione per la comproprietà. Spero che il Torino la eserciti, voglio rimanere. Ma prima pensiamo alla promozione: non dobbiamo abbassare la guardia. Se giochiamo come sappiamo, per gli altri non ce n’è».
Che cos’è il Toro visto con gli occhi di chi fino a poco tempo fa giocava nella Primavera del Milan?
«Per me ha sempre rappresentato tanto. Lo conoscevo bene, me ne parlava Petrachi. Già un anno fa mi voleva, ma i rossoneri non mi lasciarono partire».
Verdi era il ragazzo più atteso, ma da un po’ è uscito dal radar. Che cosa gli consiglia?
«Io e lui ci conosciamo da tre anni, cioè da quando sono in Italia. Siamo molto amici e gli dico solo di continuare a lavorare così: come per me, anche per lui tornerà il momento giusto».
Lei nella vita privata è una furia come in campo?
«No, sono l’opposto. Sono un ragazzo timido e tranquillo, non esco quasi mai. Anche in Nigeria vivevo così. Mi basta poco: facebook, playstation e musica. Ascolto quella romantica: sì, un po’ come il Toro e la mia esperienza granata».


