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Torino, massima resa con il minimo sforzo

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Federico Errante
sabato 25 febbraio 2012, 13:29Torino
autore Federico Errante
25.02.2012 13:29Torino
FotoTuttoB.com
© foto di Giuseppe Celeste/Image Sport

In medio stat virtus non era solo una delle massime dei filosofi scolastici medievali. È anche uno dei capisaldi del Torino di oggi e magari di quello che verrà. «È nell’equilibrio che sta la perfezione»: la traduzione della locuzione latina è utile a spiegare numeri clamorosi e inaspettati della stagione granata. Il Toro ha 18 punti in più rispetto all’anno scorso, ma nei gol segnati si è migliorato assai meno: 34 reti contro 32. Parrebbe un paradosso, a leggere soltanto i numeri. Ma quanto può pesare una rete segnata al momento giusto la squadra di Ventura lo sta scoprendo ora. Prima un gol raggiungeva spesso valenze minime, ora invece sono quasi sempre centri d’oro. Che però, da soli, non bastano a giustificare un divario così ampio in classifica tra le due stagioni.

C’è di più: il Torino è diventato una fortezza. Come? Ha trovato il proprio equilibrio di squadra. Due mesi di officina estiva, un gruppo disponibile, giovane e di qualità, in cui vecchi e nuovi si sono integrati al meglio: ed ecco che la creazione di Cairo non è più la macchina sgangherata del passato. La potenza c’era anche allora, ma era senza controllo. Oggi è cambiato tutto, a cominciare dall’approccio mentale, come ha confessato Ogbonna. I numeri confermano il vento nuovo. Sono inconfutabili. Rispetto a Lerda, dopo ventisette giornate - che in realtà sono 28, ma domani a Brescia i granata recuperano il 26º turno - il Torino è primo anziché ottavo e ha scalato una montagna rispetto a dodici mesi fa: e senza fare caterve di gol.

Ha il settimo attacco della B (come la Nocerina, ultima) e il suo miglior goleador è soltanto al ventiquattresimo posto nella classifica dei cannonieri: Antenucci, con sei reti. La differenza è nelle reti subite: appena 17 con Ventura, che ha la miglior difesa della categoria; 33 con Lerda, che al termine della stagione chiuse con il peggior score di gol incassati (48) tra le prime nove squadre arrivate. Eppure sono rimasti Ogbonna e Di Cesare, così come D’Ambrosio e Zavagno sulle fasce. Senza voler togliere meriti ai nuovi Glik, Darmian e Parisi (che peraltro hanno aggiunto valore al reparto), l’exploit del Toro si può spiegare con una sola parola. Questione di equilibrio, si diceva: adesso si capisce quanto conti.

Per Cairo è una lieta novità: questo sta diventando il suo gruppo migliore da sette anni a questa parte. Petrachi ha comprato i pezzi, Ventura li ha assemblati. Il risultato è una squadra a fisarmonica, pronta ad allungarsi e a chiudersi senza mai scoprirsi. Attaccano in pochi, difendono in tanti, tutti: ecco perché a volte le punte sbagliano anche gol all’apparenza facili. È un gioco semplice e per qualcuno prevedibile. Ma redditizio. L’anno scorso le sconfitte furono sei, due anni fa - quando comunque il Toro arrivò in finale playoff - cinque. Ventura è riuscito a suonare nuova musica, anche dopo una sconfitta. Finora ha perso tre volte, ma mai la faccia e nemmeno contro una diretta concorrente. E sempre con il minimo scarto, dopo aver dominato: 1-0 a Gubbio, 1-0 a Padova (ma la partita del blackout non è chiusa: lunedì o martedì il perito nominato dalla Procura Federale farà un nuovo sopralluogo all’Euganeo), 2-1 a Modena. È tutta una questione di equilibrio, quello che mancava per fare il passo più lungo. Con appena due gol in più del Toro di Lerda. In fondo, bastava poco.

Fonte: lastampa

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