Torino, Lerda:"Basta retorica. Pensiamo a giocare"
Francesco Rossi
Franco Lerda da Centallo, benché ormai adottato da un altro paese del cuneese, Vignolo, prima di ogni cosa ha chiesto scusa al Sassuolo: «Avevo già stretto la mano ai dirigenti emiliani, poi quando mi ha cercato il Toro mi sono rimangiato la parola. Ho chiesto la loro comprensione, però è giusto che adesso prima ancora di parlare del Torino io chieda pubblicamente scusa al Sassuolo. Non ho fatto bella figura, ma come sa bene il presidente Carlo Rossi io non potevo dire di no al Toro. E’ un sogno che si avvera, un’opportunità impossibile da rifiutare».
Quali dovranno essere le caratteristiche del suo Toro?
«Intanto l’umiltà, componente fondamentale nel calcio ma anche nella vita. Poi l’aggressività, perché il calcio è un gioco maschio, uno sport di contatto. Infine la mentalità, l’atteggiamento positivo: la predisposizione a fare sempre la partita, la voglia di arrivare sul pallone prima dell’avversario».
Le sue squadre hanno raggiunto il risultato attraverso il bel gioco: riuscirà a fare altrettanto col Toro?
«Si può fare calcio anche meglio quando si ha alle spalle un supporto di fede e di passione come quello dei tifosi granata. Saremo tra le quattro o cinque squadre maggiormente attese, però può essere un vantaggio: magari ci temono. In senso assoluto nel nostro sport si è giudicati in base ai risultati, ma io ho visto con i miei occhi la gente del Toro piangere e battere le mani ai giocatori nonostante la sconfitta, domenica scorsa a Brescia».
Anche questo è Toro.
«Questa è una squadra speciale, una piazza particolare, diversa. E’ da 23 anni che manco dal Toro, però non ho mai smesso di seguirlo. Credo che tutti assieme, perché per vincere dovremo essere belli compatti, dobbiamo provare a fare qualcosa di diverso. Meno retorica e più modernità».
Concetto interessante...
«Ditemi voi: qual è la squadra che oggi non ha cuore? Tutte ce l’hanno. Il Grande Torino, Meroni, Ferrini sono il mito. Pulici e Graziani sono la nostra gloria, la nostra storia, però adesso proviamo ad andare oltre. Proviamo a fare qualcosa. I nostri valori sono un patrimonio che nessuno mai ci porterà via, sono le nostre radici che però non devono soffocare la crescita di altri fiori. In altre parole, proviamo a vincere andando dietro a un’idea. Al coraggio. All’umiltà. Alla voglia di andare oltre con un’organizzazione di gioco, la mentalità vincente, un’identità precisa».
Impossibile non sposare questo suo ragionamento. Dovesse riassumerlo con uno slogan?
«Direi: va bene tutto, noi siamo il Toro, con il nostro passato, la tradizione, le tante, troppe sventure. Però adesso guardiamo al futuro con ottimismo, perché il pessimismo è pericoloso e non porta da nessuna parte. Insomma, proviamo a giocare a calcio».
Che rapporto instaura con i suoi giocatori?
«Credo di essere una persona onesta e leale, sono schietto e diretto. Credo molto nel lavoro, in campo e fuori. Credo nel rispetto reciproco e in quello dei ruoli. E con i giocatori creo una buona empatia».
Parola che fa molto Mourinho.
«Difatti l’ho imparata da lui».


