Torino, il gruppo prima di tutto
Federico Errante
Una squadra è tale anche quando festeggia, se non è un’accozzaglia di giocatori vestiti alla stessa maniera. Si sono viste in questi anni esultanze anche paradossali, a Torino. Dopo un gol segnato, abbracci a gruppetti separati. Macroscopiche testimonianze di rapporti interni tribolati, divisioni e spartizioni, invidie e antipatie. Non è che i giocatori debbano andare tutti d’accordo come amici di vecchia data. Impossibile. Ma un legame fuori dal normale deve stringerli il più possibile, almeno i quattro quinti del totale. E anche il modo in cui i granata hanno esultato dopo il gol di Stevanovic e quello di Sgrigna (grande gioia liberatoria, rincorse collettive senza steccati, panchina coinvolta appieno) mostra che i semi gettati nel terreno fin dal primo giorno di ritiro da Ventura e dai collaboratori più stretti hanno creato vita. E quando un impetuoso bisontino come Ebagua, che potrebbe anche rinchiudersi in un individualismo esasperato date le sue caratteristiche fisiche e tecniche, quando pure un giocatore come lui ti spiega che «la prima regola è ragionare con il noi e non con l’io», beh: è difficile non vederci un segno di saggezza che permea lo spogliatoio.
«Dobbiamo ancora crescere tutti, io per primo, per diventare una squadra vera, sempre più compatta», è il pensiero dell’attaccante dopo la confortante prestazione contro il Varese. «Per riuscirci occorre seguire alla lettera Ventura: che ci raccomanda sempre di pensare usando il noi, non l’io»: per l’appunto. «Riportare la gente allo stadio è un altro nostro compito primario. I tanti applausi sono la dimostrazione che siamo sulla rotta corretta. Quanto a me, non sono ancora del tutto contento. Posso fare molto meglio, anche se i passi in avanti continuano. Ma ciò che più conta è che si è giocato bene e vinto. Che si comincia a vedere una squadra».


