Reggina, quattro Rondinelle non fanno primavera, ma un ottobre così...
Vedere la Reggina imporsi per tre reti a zero al “Rigamonti”, un campo dove fino all’anno scorso si respirava aria di serie A, è qualcosa che, al di là della semplice vittoria, fa scattare qualcosa dentro. Quella stessa aria l’abbiamo respirata noi, ieri, a pieni polmoni. Fischi e applausi scroscianti a fine gara, provenienti da spalti che registravano inaspettati tassi di “regginità”. Una “regginità” latente pronta a risvegliarsi se solo scocca la scintilla. È un “Rigamonti” che registra dunque emozioni dicotomiche a fine gara, inevitabili di fronte a situazioni agli antipodi. Il Brescia ne esce infatti con le ossa rotte, incassando la quarta sconfitta di fila. La Reggina, al contrario, suggella un ottobre di platino, con quattro successi consecutivi. Un ottobre così quella scintilla la fa scoccare eccome. Lancia messaggi eloquenti, mica segnali di fumo… È comunque una Reggina che soffre, anche tanto, soprattutto nel primo tempo. La trama della prima frazione di gioco ci ha ricordato tanto quella di Livorno. Un dejà vù. Il Brescia che schiaccia gli amaranto nella propria metà campo, si procura il rigore e lo sbaglia con Feczesin, novello Paulinho. E Kovacsik è il novello Marino. Ma non un discepolo di Paganini. Dicevamo dunque di un Brescia che tiene il pallino del gioco, anticipa i tempi rispolverando l’Albero di Natale, ma alla fine finisce vittima di se stesso. Fa bene Scienza, nel post gara, a snocciolare le cifre relative al dominio territoriale della sua squadra. Ma in questo sport non vince mica chi ha la più alta percentuale di possesso palla. Altresì l’ex amaranto ha commentato: «La Reggina ha rinunciato a giocare». Verità parziale. Quella amaranto è una squadra che, soprattutto in trasferta, adotta sempre questo atteggiamento. Una scelta certo rischiosa quella di Breda, che tiene la squadra bassa, nel tentativo di tenere botta. Là dietro, comunque, si continua a ballare. Non certo ai ritmi della samba, perché Jonathas, uno dei talenti più fulgidi della squadra lombarda, non c’è, per fortuna della difesa amaranto. Difesa che ha in Adejo l’unica garanzia. In ogni caso la squadra di Breda, per merito o per fortuna, non incassa. E punge come la tarantola. Il Brescia, invece, sottovaluta questo particolare, che è l’identità ormai assunta dagli amaranto. Fa lo splendido, gigioneggià un po’ troppo in area, è poco concreto. Certo, quel rigore sbagliato, cambia tutti i copioni. Così fu anche in quel di Livorno. E allora Emerson lancia Ragusa, e se Antonino aggancia chi lo ferma più? Leali lo stende, e viene graziato. Dal dischetto Ceravolo prende la mira, il portierino bresciano intuisce, ma il tiro è forte, a differenza di quello di Feczesin. Amaranto avanti all’intervallo. La Reggina che scende in campo nella ripresa, invece, lascia poche perplessità. Si atteggia a squadra matura. Il trionfo della strategia più autenticamente made in Italy. Assorbe senza farsi male e al momento giusto sferra un gancio letale. Lo fa con Nicolas Viola, gran sinistro di controbalzo il suo. Poi la trama si ripete. Scienza ci prova inserendo Cordova, Ramos e Maccan. Lo schermo amaranto regge, mentre Ragusa là davanti fa vedere i sorci verdi alla retroguardia di casa. L’opportunità per rientrare in partita il Brescia ce l’ha: Colombo non usa carezze con Ramos, Ciampi assegna il terzo rigore. Ma questa volta è Budel a non trovare la kryptonite contro Super Adam. Che para anche questo, e para tutte le critiche. Gli abbracci di tutti i compagni rappresentano un’immagine da incorniciare. Ma a questo quadro manca la firma, ci pensa Ragusa. Che, innescato da Colombo, libera tutto il suo potenziale devastante: Leali questa volta non può nemmeno fargli fallo, perché viene ubriacato. E la palla finisce in fondo al sacco per la terza volta. Un attaccante così, non lo vedevamo da tempo. Il Brescia raccoglie i cocci, la Reggina aggancia il Padova a quota 23. Il morale è altissimo, e ora al “Granillo” arriva la capolista…


