Gazzetta del Sud: INTERVISTA A IACONI:"LA REGGINA E' PIU' PRATICA MA ORA DEVE MIGLIORARE"
«Ho giocato da libero, poi da difensore centrale. Era il periodo in cui il calcio cambiava pelle, con il passaggio dal modulo all'italiana alla zona». Flash back di un tecnico che oggi guida con coraggio e professionalità la Reggina, adottata in corsa in una parentesi delicata. Ivo Iaconi, cinquantatreenne abruzzese di Giulianova, sposato da 29 anni, due figli, un tunnel personale da cui è uscito vincitore, sorride. È tranquillo.
Continua a raccontarsi. «Sono diventato per caso allenatore. E oggi dico che sono stato fortunato. Avrei voluto insegnare nei settori giovanili, mi piaceva addestrare i ragazzi. Poi ho smesso e occasionalmente ho fatto il vice di Tobia (toh chi si rivede). Era un allenatore moderno, sebbene fosse considerato della vecchia guardia. Metteva i quattro difensori nel 4-3-2-1. Parlo di più di vent'anni fa. La mia prima panchina alla Samb, nel '92-93 in C1. Dopo essergli subentrato, presi la squadra e ci salvammo. Rimasi ancora un anno, benché non fossi ancora - diciamo - abilitato. Concludemmo sesti. Accadde, però, che la società fallì: andammo in ritiro e subito dopo ci mandarono a casa. Ripartii dal Taranto, nell'Interregionale. E ho vinto il mio primo campionato».
- Il ricordo più bello nella sua carriera?
«La promozione con la Fermana. Alla fine del girone d'andata, eravamo in una situazione simile a quella della Reggina di adesso. Eppure salimmo in B. Uno splendido traguardo per una società piccola».
- Lei non vuole parlare della fase precedente al suo arrivo, ma quale può essere stato il mancato decollo della Reggina?
«Non è semplice dirlo. Il calcio è strano, a volte. Difficile mantenere i pronostici. Forse se ti nascondi tutto si semplifica. Vedi l'Ancona, il Grosseto che non nutrono alte ambizioni, eppure sono lì a lottare».
È uomo di campo, Iaconi. L'esperienza non è un optional. Si è assunta una brutta gatta da pelare. Lo sapeva. Al suo arrivo, nel dopo-Novellino, promise che, con umiltà, avrebbe messo mano ad un collettivo depresso, che non sprintava, per lasciarsi dietro l'area minata. Dodici punti in 14 gare, adesso che, con l'impresa dell'Euganeo, sono diventati 15 in altrettanti eventi agonistici, il dato denota la valenza del suo lavoro, lui che a Reggio ha subito ammesso di non vantare un grande score, ma di essere pronto a impegnarsi al servizio della causa.
- Padova può essere stata la svolta attesa?
«Se capiamo perché è venuta la vittoria, sì. Se non smarriamo l'attenzione e la voglia di vincere, sì. Non perché ci siamo espressi al livello di un gran gioco, però siamo stati più saldi, bravi nella fase difensiva, bravi a non concedere niente ai nostri avversari, bravi a mettere in campo la mentalità giusta. Senza subire gol».
- Con una barriera adeguata davanti alla difesa?
«I nostri difensori non sono più deboli degli altri, anzi sono all'altezza della categoria. Non sono inferiori. Hanno avuto remore derivate dalla retrocessione dalla serie A, dall'abitudine a subire reti, dal timore di non uscirne. Tuttavia la responsabilità è di tutti».
- Il 3-5-2 è la formula idonea anche in casa?
«Non sono legato ai numeri. Il modulo è mettere insieme nella giusta zona il giocatore che abbia i requisiti per quel ruolo. Va premesso che non si può cambiare dall'oggi al domani, ma ci si può organizzare. Essere abili a fare più cose è un patrimonio da sfruttare. Poi, ovviamente, occorre valutare gara per gara, a seconda delle caratteristiche degli avversari».
- Per quali obiettivi?
«Questo inizio nel dopo-Natale è stato per noi difficoltoso. Abbiamo raccolto pochissimo. Sono emerse problematiche legate ai risultati. Però ci sono state alcune sottovalutazioni. Ora abbiamo inserito tre giocatori nuovi, se non quattro con Valdez che non riusciva a smaltire gli acciacchi. È naturale che ci siamo trovati con una squadra che accusava carenze in alcuni ruoli che cerchiamo di colmare con il calciomercato, dando importanza ai giovani. Avendo svolto questo lavoro, non mi aspettavo di essere messo in discussione (dopo il ko col Cesena, ndr). Si sa, infatti, che i giovani sono soggetti ad alti e bassi, ma se protetti possono fare il salto di qualità».
- Questa B non ha poi tantissimo tasso tecnico.
«Ma richiede organizzazione, buone qualità che non riguardano solo la parte tecnica, che se c'è è meglio; spirito di sacrificio e un buon gruppo. In definitiva, pregi da collettivo, con nessuna presunzione».
- Il messaggio all'ambiente?
«I tifosi sono ammirevoli. Dimostrano attaccamento, amore verso i colori, verso la società, i giocatori, al di là di qualche polemica. Dobbiamo essere noi a dare soddisfazioni all'ambiente, che ci ha fatto lavorare, pur dopo la retrocessione. Mi sento di ringraziare tutti per una cultura sportiva che non immaginavo. Una promessa? Noi non molliamo. Con umiltà e personalità possiamo disputare un girone di ritorno all'altezza del blasone della Reggina Calcio».


