Hellas Verona, Simoni: "Gomez? In B non ha rivali"
Buon senso, toni pacati, uno sguardo lucido, acuto sul mondo del pallone: Gigi Simoni sembra osservare tutto dall'alto. Eppure il sistema lo vive ancora da dentro. Da protagonista.
A dispetto di dinamiche talvolta incontrollabili l'atteggiamento, assai meno frenetico rispetto a quello di tanti colleghi, è sempre vincente. Negli Anni Sessanta, da giocatore, dava lezione a centrocampo. Poi, da allenatore, ha proseguito la collezione di campionati (quattordici quelli vinti, tra campo e panchina) finché, due anni fa, non si è messo in mente di fare il direttore tecnico e ha trasportato («non solo io», si affretta a dire) il Gubbio dalla Seconda Divisione alla Serie B.
Al telefono, dalla sua casa di Pisa, ti figuri il sorriso bonario, ne cogli l'affabilità.
Colpisce anche la grande passione che a 72 anni non accenna a tramontare. Lo interpelli sul calcio e lui è un fiume in piena. Informato, entusiasta, anche divertente.
A cominciare da quando parla di Juanito Gomez, il giocatore-sintesi di Gubbio-Verona, il grande ex cui Simoni è ancora affezionato e che, tuttavia, sabato potrebbe giocargli lo scherzo più brutto: «Lo vediamo volentieri... Prima della partita. O magari dopo. Durante? Vediamo...», scherza. «Certo che non l'abbiamo dimenticato, lui è stato il nostro gioiellino».
E oggi sembra che luccichi anche di più.
«Lui è uno che meritava da tempo una considerazione diversa. Diciamo che al momento opportuno ne abbiamo approfittato noi. E per un anno e mezzo ce lo siamo goduto».
Ci faccia il suo profilo di Juanito Gomez.
«Intanto è uno che da noi, con noi, è stato bene. Abbiamo vissuto un anno e mezzo molto positivo anche sul piano umano. Adesso, purtroppo, gioca nel Verona».
Quale futuro gli pronostica?
«Io l'ho sempre detto: eravamo in C2, poi in C1 ma lui era un giocatore che con queste categorie non c'entrava niente. Vedi gente in A che non lo vale. Poi magari si dice che alla lunga uno ottiene quello che merita. Ma con Gomez si sono persi degli anni. E anche in B non credo che ne vedrò altri come lui».
Vada avanti...
«È un attaccante veloce, che sa fare tutto: fa gol, piglia rigori, è bravo di testa e in acrobazia. E ha due piedi... Noi quando vedemmo che il Verona ce lo lasciava ancora dopo il primo anno restammo un po' meravigliati».
Cosa gli dirà sabato?
«Io e lui abbiamo un ottimo rapporto. Ci siamo sentiti anche quest'estate, voleva avere consigli sulla sua situazione col Bari. Lui ha un rapporto bellissimo con me e con tutti quelli del club. Tutti qui gli vogliamo bene e siamo contenti che abbia finalmente potuto dimostrare anche a Verona quello che vale».
L'ultimo contatto?
«A Modena, in agosto. Eravamo andati a vederlo contro il Sassuolo, in Coppa Italia. Ci siamo salutati e gli ho detto: "uno con le tue qualità deve fare di più, adesso mettiti di buzzo buono". Quel giorno mi pareva un po' strano, un po' distratto. Mi sono sentito in dovere di raccomandargli di giocare come sapeva».
Sabato potrebbe darne ulteriore dimostrazione.
«Beh, speriamo che sbagli partita... Scherzo: quando si vuol bene a una persona l'interesse personale passa in secondo piano».
A parte Gomez chi porterebbe via al Verona?
«Gli porterei via Ceccarelli. L'ho avuto ed era uno che a me piaceva tanto. E porterei via Hallfredsson, un altro che ha qualità notevoli rispetto alla categoria. Sbaglio?».
La partita come finirà?
«Io spero che vinciamo noi, ovvio. Ma è una partita difficile. Fra l'altro il Verona sta dimostrando di avere grande attitudine a giocare fuori casa, ha giocatori eccellenti anche per fare il contropiede. Penso a Gomez, a Ferrari. Sarà una gara dura ma noi non ne abbiamo ancora vinto una quest'anno. E per il calcolo delle probabilità qualche volta toccherà anche a noi. O no?».
Il suo giudizio su Mandorlini?
«È uno in gamba, è un allenatore che ha temperamento, carattere, esperienze - anche come giocatore - importanti. Mi piace, ha grande personalità. È uno che sa pure affrontare le situazioni complicate in ambienti difficili».
Che obiettivi può porsi allora questo Verona?
«Il Verona può fare un grande campionato. Mi sembra pure un po' in ritardo, ancora in B, per la piazza che ha, la storia, la città, la tradizione, la cultura calcistica... Di certo è una squadra che può giocarsi la A con le altre cinque, sei squadre importanti».
La parola Verona, da giocatore e da allenatore, che cosa le evoca?
«Intanto da giocatore ricordo ancora quando si giocava in centro, al vecchio Bentegodi. Venni lì con il Mantova per esempio, riuscimmo a fare risultato. Ma anche quando allenavo il Genoa, con Pruzzo, venimmo a centrare un risultato importante».
Ha avuto successo in qualunque ruolo, nel mondo del calcio. Adesso anche da dirigente: ma la sua carriera da allenatore è proprio finita?
«Non ho più la voglia né l'età. A dire la verità mi sentirei di poter allenare ancora, forse meglio di prima, per l'esperienza che mi sono fatto, negli ultimi anni, fuori dal ruolo. Seguendo anche il lavoro di Torrente - che a Gubbio avevo voluto io - con una partecipazione magari meno personale, che però mi ha completato».
Le mancherà magari un po' di energia, magari, ma la passione è sempre quella...
«Ci mancherebbe! Identica! Ma per fare l'allenatore non mi mancherebbero neanche le energie. Piuttosto è la pressione, il pensiero che fanno la differenza. Io vado a Gubbio al giovedì: posso stare in famiglia e posso stare anche nel mio lavoro. Certo il campo è sempre il campo».
È vero che l'ultima offerta per fare il tecnico l'ha avuto dal Mantova di Lori?
«È vero che c'era stato un contatto col diesse Magalini e io sarei stato contentissimo di tornare a Mantova, città nella quale ho vissuto la mia parentesi più bella da giocatore. Città che mi è rimasta davvero nel cuore. Ma poi non li ho più sentiti... Più avanti però, due anni fa, mi avrebbe chiamato anche il Parma di Ghirardi. La trattativa era avviata, ci eravamo anche incontrati ma all'ultimo minuto hanno scelto Cùper».
Ed è arrivato il Gubbio, con cui ha realizzato un prodigio...
«Abbiamo costruito due squadre che ci hanno portato alla promozione e ora siamo in B. È una cosa allucinante da pensare per una città come Gubbio. Abbiamo lavorato con intelligenza e con poche possibilità economiche ma ce l'abbiamo fatta. Per il Verona la B è un obbligo. Per noi un autentico miracolo».
Spieghi la ricetta.
«Il nostro merito particolare è stato quello di non aver mai speso un euro per un giocatore. Abbiamo sempre cercato gente libera, lavorando sugli stipendi, lavorando sui giovani che magari col minutaggio in categoria si pagavano l'ingaggio. Sono orgoglioso dei nostri risultati».
E adesso che arriva l'Hellas non vi sentite un po' come Davide contro Golia?
«La nostra squadra finora ha avuto problemi perché ha avuto un'infinità di infortuni, e tutti in difesa. Se abbiamo preso 14 gol nei primi quattro turni è perché mancavano i giocatori. Ora stiamo migliorando e possiamo giocarcela in un altro modo. A Modena abbiamo pareggiato ma si poteva anche vincere. Speriamo che la crescita continui».
E Davide e Golia?
«Io ho allenato tante piccole squadre battendo anche la Juve, l'Inter, il Milan. L'Hellas ha grandi possibilità ma noi ce la giochiamo. E poi il Verona l'abbiamo battuto già l'anno scorso. O no?».


