Hellas Verona, quell'occasione mancata
Un solo punto e parecchi rimpianti: il Verona saluta Gubbio con un pareggio che ne frena slancio e ambizioni e lascia sensazioni amarognole. Gli è venuto meno soprattutto l'istinto del killer, proprio quello che mai dovrebbe mancare a una squadra di rango una volta ritrovatasi davanti. Soprattutto se sull'altro lato della barricata l'avversario mostra crepe e ha qualità in evidente difetto.
Resta l'uno a uno che non intacca ambizioni e prospettive, ma allontana il vertice proprio quando si era creata l'occasione buona per farsi sotto.
Mandorlini avrà più di un motivo di riflessione: oggi sa di avere una formazione capace di governare il gioco con lucidità e passo autoritario. Ma sa anche che sul piano della maturità - al di là della fatale ingenuità che è costata la vittoria - c'è da lavorare.
Il tecnico gialloblù farà certamente tesoro anche degli effetti sortiti da alcune sue scelte, coraggiose ma non sempre corrisposte dai fatti: l'abbondante turnover, fortemente condizionato da un calendario che nella prossima settimana non ammetterà cali di energie, ha pagato solo in parte. Basti pensare a Cangi, catapultato tra i titolari dopo lunga attesa, che ha cucinato la frittata fatale rimettendo in corsa il Gubbio.
E proprio l'episodio dell'1-1 apre il dibattito sulla battaglia dei rigori (e relative proteste), che non ha portato troppa fortuna ai gialloblù. Alla moviola, ovviamente, tutte le sentenze del caso. Rimane il fatto che i due reclami di parte Hellas nulla hanno sortito, al di là del cartellino giallo molto discutibilmente sventolato in faccia a Mancini. Diversamente è andata ai padroni di casa, che hanno invece guadagnato il massimo nell'incrocio Cangi-Bazzoffia da cui è nato l'unico penalty del pomeriggio. Che è stato poi bravamente sfruttato da Ciofani.
Si diceva della rivoluzione dell'avvio: Mandorlini, non nuovo a sorprendere, sfida il Gubbio con Cangi e Ceccarelli in difesa, Jorginho a metà e Mancini nuovamente adoperato da esterno. Solo panchina per Abbate, Mareco e Russo, neppure quella per D'Alessandro, i presunti titolari.
Il Verona comunque prende presto possesso del campo, appena solleticato dall'aggressività del Gubbio. Manca magari una punta di ritmo ai gialloblù, che però controllano con buona padronanza la gara senza troppo rischiare.
Quando poi Mancini - più che Gomez - e Hallfredsson puntano diritto si capisce che la resistenza altrui è fragile. Il resto lo fa la straripante forza fisica di Sasa Bjelanovic, uno che spunta al posto giusto e al momento giusto per mandare in estasi (proprio sotto il settore dedicato) il nutrito plotone di supporters scaligeri al seguito.
Accalappiato il vantaggio il più parrebbe fatto. Però lì l'Hellas allenta la presa, vede magari il traguardo molto più prossimo di quello che veramente è, si lascia attaccare.
Il Gubbio raccoglie convinzione, minaccia un paio di volte Rafael ma si ferma alle intenzioni. Almeno fino all'intervallo. Perché nella ripresa la forza d'urto della squadra di Pecchia a un certo punto fa breccia e frutta il pareggio.
Mandorlini scuote i suoi inserendo forze fresche: Ferrari, Berrettoni ed Esposito. La volontà, trasparente, è quella di riprendersi il maltolto.
A trascinare l'Hellas è soprattutto Hallfredsson, il vero valore aggiunto lungo tutto l'arco della gara. Persino sorprendente in alcuni prepotenti allunghi, a ripresa inoltrata, nonostante il caldo ancora estivo.
Il finale è frenetico: l'Hellas sbatte regolarmente contro la linea rossoblù, Maietta si inventa un'incursione strepitosa all'ultimo assalto ma finisce a terra in piena area. Si sprecano le proteste ma il risultato non cambia. Nel sacco c'è un solo punto: quanto pesano i due smarriti...


