Hellas Verona, Fascetti: "Si può fare il colpaccio. A Bari tira una brutta aria"
Il signore sì che se ne intende. "Qualcosina, via...". Il signore si chiama Eugenio Fascetti, 73 anni portati alla grande, nonno felice, "ex allenatore" come tiene a dire, "per scelta, mica perchè non avessi richieste, eh...". Succede, un giorno, che ti senti con le pile scariche e allora capisci che il gong è suonato. «Mica mi andava di rubare lo stipendio...". Fascetti è il solito, non cambia mai. Va dritto allo scopo, anche a costo di essere scomodo, di andare controcorrente. Fate le debite proporzioni, ma lui è stato, per certi versi, il Mourinho degli anni '80. Lui si difendeva attaccando, proteggeva la squadra, spostava il tiro, faceva casino con la stampa per deviare le critiche. Le attirava su di sè, si divertiva, teneva testa a tutti, "molti nemici, molto onore", come diceva qualcuno. Gli interessava poco o niente essere simpatico al di fuori, contavano i rapporti all'interno, i risultati. "Qualche campionato l'ho vinto...". Cinque volte la B, giusto per dire. Una a Bari, una a Verona. Bari-Verona è, anche, la sua partita.
"Il Bari gioca meglio fuori, eh... Ha fatto più punti lontano da casa, perchè l'ambiente è un po' particolare. Non va molta gente allo stadio, è una piazza difficile, ma non era facile neanche ai miei tempi..."
Perchè?
"Mi ricordo che la curva contestava, anche se eravamo comunque al vertice. In certe partite stavano fuori e noi si vinceva. Allora io "state fuori" gli dicevo. State fuori, che si vince. Infatti vincemmo, andammo in A..."
Anche a Verona...
"Ma a Verona, il pubblico era con noi. Verona è speciale, anche adesso, quindicimila spettatori, in B non succede spesso. Ecco, il fattore campo, per il Verona è importante, si fa sentire, ti dà qualcosa in più. Lì, c'è fame di calcio, c'è passione, quell'anno andammo in A nonostante il fallimento della società, perchè si lottò tutti assieme. Spesso le difficoltà aiutano, fanno gruppo, ti fanno dare qualcosa in più, come successe a noi quell'anno. Però, diciamolo, eravamo anche una squadra forte".
Grandi ricordi...
"Grandi ricordi e qualcosa qui sullo stomaco, eh...Non pensare che mi sia passata, ogni tanto ci penso e penso sempre mi abbiano fatto una bastardata..."
L'anno dopo, vuol dire...
"Sì, l'anno dopo, serie A. Pensa te che c'è ancora chi mi rimprovera di non aver voluto Batistuta... La verità è che se Stojkovic fosse stato bene, saremmo rimasti in A. Punto. Stojkovic era un fuoriclasse vero, le tre-quattro partite in cui giocò da Stojkovic, trascinò il Verona. E comunque, quando mi mandarono via, eravamo ancora vivi. Io non sono retrocesso, eh..."
Come andò, Fascetti?
"Andò che si perse a Roma con la Lazio, 2-0, e si vede che avevano già deciso di farmi fuori. Qualcuno non si comportò benissimo con me, mi dissero, grazie e arrivederci. Potevamo farcela, quando ci penso mi fa ancora incazzare".
Senta Fascetti, che calcio vede, da fuori?
"Vedo una bella serie B, intanto. Mi sembra migliore degli altri anni, come gioco e come pubblico. Anche le tivù aiutano: Sky, SportItalia, la Rai, fanno bei programmi, c'è più visibilità, più interesse".
Bari e Verona, pensieri da serie A?
"Mah, posso sbagliarmi, ma non le vedo attrezzate per andarci quest'anno. Non direttamente, questo è sicuro. Magari per i play off ci sono anche loro, per la A ci vuole dell'altro. Il Verona sta facendo bene, viene dalla C, ci vuole tempo, pazienza. Ma ha l'allenatore giusto, uno che sa il fatto suo".
Che cosa serve per la A?
"Il giusto mix tra giocatori esperti e ragazzi in gamba. E poi, serve continuità, equilibrio, non ci vogliono impennate e cadute, alla lunga la continuità paga sempre, soprattutto in un campionato così lungo".
Il fenomeno Zeman?
"Lui è il solito. Il più bravo, a insegnare calcio offensivo, perchè certi "tagli" li ha inventati lui. E poi, pensate a Immobile e Insigne. Gli attaccanti, con Zeman, diventano grandi, chissà perchè. Però, il calcio non è solo attaccare. E quando c'è da difendere, il Pescara qualcosa concede sempre. E' come se a pallavolo, tu pensassi solo a schiacciare e non far muro...".
Ha visto qualcosa di nuovo?
"Ah no, non c'è più niente da inventare, anche se ogni tanto esce qualche termine nuovo. Oggi si difendono tutti con nove giocatori sotto la linea della palla, come dicono quelli bravi. E poi, sperano nelle ripartenze, che poi sono il vecchio contropiede. Novità? Ma dai...".
E gli arbitri?
"Oh, lasciamo perdere. Guarda, qui a Viareggio mi hanno invitato a una festa degli arbitri. Non ci vengo, ho risposto, grazie, ma sto a casa mia... No, ne ho viste troppe, mi dispiace. Se penso all'ultimo anno di Como e a certi arbitri, che girano ancora sui campi..."
Nomi, prego...
"No, non faccio neanche i cognomi, meglio... Dico solo che quell'anno, al Messina, che girava in una certa orbita, diedero 17-18 rigori... Di Napoli respirava e gli fischiavano un rigore a favore. Pazzesco..."
E oggi, tutto uguale?
"No, qualcosa è cambiato. C'è più visibilità, c'è meno spazio per porcherie, ti vedono tutti. Se penso a quando giocavo io... Allora, tutto finiva in campo, poteva succedere di tutto e non lo sapeva nessuno".
Nostalgia?
"No, neanche un po'. Quando ho smesso, l'ho fatto perchè non avevo più voglia. Non mi divertivo più... E io non ho mai rubato stipendi".


