Brescia, stop a 10. Per la lode bisogna ripartire
Certo che prima o poi doveva capitare. Certo che una sconfitta non cancella 10 giornate da sogno, 8 vittorie e 2 pareggi, soprattutto quello «zero» nella casella dei gol subìti che ha fatto entrare Michele Arcari nella storia del Brescia (907 minuti, più lunga imbattibilità di sempre) e del calcio europeo della stagione (più lunga inviolabilità stagioanle). Certo che adesso bisogna ripartire, inceppando la implacabile macchina da gol del Pescara di Zeman, che stasera potrebbe restare da solo in vetta se il Torino non batterà il Verona.
MA IL SOGNO non poteva durare ancora? È una coincidenza che il Brescia sia tornato vulnerabile in retroguardia e poco efficace in attacco con il ritorno alle due punte e con un centrocampo con meno interditori e più costruttori di gioco? Questa è una domanda da rivolgere a Calori. E resterà un rovello, un tarlo da cui non ci si libererà tanto facilmente. Non è tanto per la sconfitta in sè, che contro il quotato Padova ci sta, ma per il cambiamento deciso proprio nella partita che era fondamentale vincere e, visti i risultati di sabato pomeriggio (in primis la sconfitta in casa del Varese, sesto in classifica), era determinante pure non perdere. Perchè, con un risultato positivo, la corsa per i play-off si sarebbe fatta non solo sul Varese, sesto con 3 punti in più dei biancazzurri, ma anche sul Padova, che non sarebbe scappato. Così, invece, nel mirino per il momento restano solo i biancorossi di Maran. Si dirà: il Brescia era partito per non retrocedere e soprattutto con l'obiettivo, più urgente della salvezza sul campo, di salvare la società, indebitata da anni di promozioni inseguire a suon di stelle spesso cadenti (e strapagate) e una serie A affrontata spendendo più di quel che si è incassato, col risultato di retrocedere con 3 giornate d'anticipo. Il fatto che il Brescia sia a 3 punti dai play-off è da salutare con il sorriso sulle labbra. Ha iniziato, non va dimenticato, con una rosa ultra risicata e decimata a più riprese da infortuni, squalifiche e convocazioni nella varie Nazionali (e Scienza, che aveva accettato l'austerità, ha pagato dazio oltre i propri demeriti) e poi ha rimediato con un mercato di gennaio in attivo. Contro il Padova il Brescia ha perso 6 punti su 6 e la logica, non espressa completamente dai due confronti (in entrambi i casi i biancazzurri meritavano di più: ma un conto è meritare di non perdere; un altro non perdere), sta nel monte ingaggi: quello veneto è sui 20 milioni, quello dei biancazzurri è meno della metà. Sabato, al «Rigamonti», Dal Canto aveva fuori per squalifica Milanetto e Ruopolo, per infortunio Pelizzoli e teneva in panchina Marcolini, Cutolo, decisivo all'andata con due gol, Succi e Jidayi, gente che sarebbe titolare ovunque.
LA SCONFITTA di sabato sta anche in questi numeri. Ma i numeri non cancellano il tarlo del modulo, anche se va detto per onestà che il Brescia non ha preso due gol perchè si è fatto trovare sbilanciato, come si potrebbe pensare con due attaccanti e un centrocampo con due terzini votati alla spinta (Zambelli, Daprelà) e due centrocampisti (Salamon, soprattutto El Kaddouri) con caratteristiche offensive. «Meno punte, più punti» era lo slogan del Brescia dei record. Il «più punte, meno punti» va lasciato al passato, un passato brutto iniziato proprio dalla «bella» sconfitta di Padova. Calori allora non c'era ma ora deve essere bravo a fare in modo che la ripartenza sia immediata, a non ricadere nella spirale viziosa dell'autocompiacimento, del «non meritavamo di perdere», del «torneremo quelli di una volta», del possesso della palla come giustificazione del nulla. Il Brescia si è fermato a 10, per la lode (e per non rivivere paure recenti) serve ripartire subito.


