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Brescia, Petruzzi: " Scienza è bravo, mai mollare. Baggio e Corioni..."

Brescia, Petruzzi: " Scienza è bravo, mai mollare. Baggio e Corioni..." TuttoB.com
© foto di Luigi Gasia/TuttoNocerina.com
autore
Davide Danesi
martedì 6 dicembre 2011, 15:35Brescia

Per quattro stagioni è stato il «ministro della difesa» del Brescia, conquistando altrettante salvezze ed instaurando un legame così stretto con compagni e città da sognare di chiudere la carriera in azzurro e di stabilirsi a vivere ai piedi del Cidneo. Mai Fabio Petruzzi avrebbe immaginato di innamorarsi davvero di una squadra diversa dalla Roma e mai avrebbe pensato a trent'anni di lasciare il club capitolino per trasferirsi in provincia, diventando uno degli idoli del «Rigamonti» negli anni di Baggio e Guardiola.

Come nacque la decisione di accettare la proposta del Brescia?

«Durante la seconda stagione sotto la guida di Zeman a Roma mi infortunai gravemente al ginocchio e l'anno seguente con Capello in panchina non giocai nemmeno una partita. Con lui tra l'altro non avevo un buon feeling e così pensai fosse giusto cambiare aria. Stavo valutando alcune offerte quando arrivò la telefonata di Mazzone: "Fabbio - mi disse - ho bisogno de 'na mano 'n difesa abbrescia". Accettai al volo, senza pensarci due volte».

La sua prima stagione con la V bianca sul petto fu da sogno. Settimo posto, ventotto presenze e il primo gol in serie A...

«Non soltanto quell'annata fu fantastica. L'intero mio quadriennio a Brescia è stato indimenticabile. Eravamo un gruppo fortissimo, formato da ragazzi per bene con valori umani non comuni. Non a caso siamo arrivati in semifinale di Coppa Italia, in finale Intertoto, abbiamo ottenuto il miglior piazzamento in campionato nella storia del club e collezionato una serie utile di 17 risultati consecutivi. In più conobbi la gioia del gol, segnandone tre alla Reggina, e uno nel derby vinto 3-0 contro l'Atalanta».

Le soddisfazioni arrivarono anche fuori dal campo grazie al rapporto che seppe instaurare con i tifosi.

«In mezzo ai bresciani mi sono sempre trovato a meraviglia. In campo davo tutto per la maglia e questo mi veniva riconosciuto. Ho vissuto tre anni in città e uno ad Ospitaletto insieme alla mia famiglia. Stavamo bene, ci sentivamo a casa, era il posto ideale per vivere. Quando dissi che sarei rimasto fino al termine della mia carriera lo pensavo veramente».

E invece qualcosa si ruppe nella stagione 2003/2004...

«Mazzone se ne andò e in panchina arrivò De Biasi. Come tecnico non si discute, ma come uomo fu una delusione. Giocai una ventina di partite dando il mio contributo alla salvezza, ma quasi sempre in un ruolo non mio. A vent'anni se ti chiedono di giocare da terzino e tu sei un centrale, accetti ugualmente. A trentaquattro meno. Ma non fu questo il vero problema, perché le esclusioni fanno parte del calcio. Anche con Zeman ho giocato poco, ma di lui non posso che dire benissimo. Era l'atteggiamento di De Biasi a non andarmi giù. Pochissima sincerità, faceva spesso della dietrologia, zero chiarezza. A gennaio giunse un'offerta del Perugia ma rifiutai per l'affetto che mi legava alla squadra e ai tifosi. Poi però a luglio arrivò una nuova chiamata di Mazzone: "Fabbio, te la senti de rifà le valigie e de venì abbologna?". Accettai a malincuore. E pure con qualche lacrima».

Quattro salvezze con la maglia del Brescia. Quale fu la più bella?

«Quella del 2001/2002, ottenuta contro il Bologna all'ultima giornata. Fu una stagione incredibile, nella quale accadde di tutto. La morte di Mero, la positività di Guardiola, l'infortunio di Baggio e l'epatite presa da Bachini. Ricordo che quel Brescia-Bologna si giocò in una giornata strana, nella quale piovve, poi uscì il sole, poi di nuovo qualche goccia e poi ancora sole. Signori sbagliò un gol già fatto nei primi minuti e chiudemmo il primo tempo sullo 0-0. Nell'intervallo mi passò davanti tutta l'annata e pensai che il destino si era accanito contro di noi. Invece qualcuno nel secondo tempo guardò giù e ci diede una mano».

Quale invece il ricordo più brutto del quadriennio bresciano?

«La scomparsa di Mero. Una persona squisita, un uomo onesto e sincero. Ripensandoci vengono i brividi».

Come nacque il soprannome «ministro della difesa»?

«Me lo affibbiò Ciro Corradini durante le radiocronache e i tifosi ripresero quel nomignolo dedicandomi uno striscione».

Corioni che presidente è stato per Petruzzi?

«Con lui ho avuto un rapporto splendido. Persona seria, sincera ed emotiva. Per il Brescia ha fatto enormi sacrifici. Ricordo le sue battaglie per lo stadio nuovo, so che ancora non l'hanno costruito. Anche con Nani mi sono trovato bene. Ha un carattere forte, io lo stimo; come direttore sportivo non si può discutere. Ha portato in azzurro grandissimi campioni e scovato in giro per l'Europa giovani di valore internazionale. Tornando a Corioni, a lui mi lega un episodio che mai dimenticherò».

Quale?

«Fischio finale di Brescia-Bologna: tutti festeggiano la salvezza, io mi volto verso la panchina e vedo il presidente seduto, in lacrime. Sembrava un bambino che vede vincere la squadra del cuore. Sono corso da lui e l'ho abbracciato come fosse un padre».

Un aggettivo per descrivere Baggio?

«Umile. Si è calato nella realtà bresciana con semplicità e disponibilità. Sempre sorridente e con la battuta pronta. Non dimentichiamoci che pochi anni prima aveva vinto il Pallone d'oro».

La carriera di Petruzzi è legata a Carlo Mazzone. Due stagioni insieme alla Roma, tre al Brescia ed una al Bologna. Cos'ha di speciale il tecnico romano?

«La sincerità. Mazzone ti dice in faccia tutto quello che pensa. A lui devo tantissimo. Non mi vergogno di dire che per me è un secondo padre. Mi ha fatto diventare uomo oltre agli insegnamenti calcistici».

Petruzzi di cosa si occupa ora nella vita?

«Faccio il commentatore in televisione e in radio. Inoltre sono proprietario di un bar a due passi dal Colosseo. Terminata la carriera di calciatore mi è stata affidata la panchina degli Allievi della Roma. Quindi ho allenato in Eccellenza e in serie D. Al momento sono senza squadra in attesa di una chiamata, ma il mondo dei dilettanti è complesso. Troppe persone pensano di sapere tutto di tecnica e tattica ma in realtà non hanno mai tirato un calcio ad un pallone».

Segue ancora le sorti del Brescia?

«Eccome! La squadra gioca bene, Scienza è bravo e in organico ci sono tanti giocatori di qualità. Purtroppo è un periodo nel quale i risultati non arrivano. Bisogna tenere duro e non mollare. La salvezza arriverà».

Fonte Giornale di Brescia

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