Brescia, c'era una volta un sogno
C’era una volta un sogno. Un bel sogno. Era cominciato con una telefonata inattesa ed era proseguito percorrendo 220 chilometri senza fermate all’autogrill. Non c’era tempo per un ‘Camogli’ e, visto che l’estate era cominciata già da otto giorni, nemmeno per fare pipì. Bisognava arrivare prima possibile perché l’avventura era lì che attendeva ed era di quelle a cui non piace attendere. E con lei, c’era un contratto con qualche postilla di troppo, un ritiro pronto a trasformarsi in amicizia e coesione, qualche patto di sangue e strette di mani che non necessitano d’inchiostro, i primi rospi da ingoiare e le prime piacevoli sorprese, il blaugrana che qualcuno mescola con troppa saccenza al biancazzurro e i primi applausi sinceri, asticelle alzate da chi le aveva fissate più in basso e quattro birre sotto le stelle, un Cutolo di troppo e uno Zoboli di meno, qualche ‘azzurro’ in meno e qualche ‘rosso’ di troppo, certezze (o presunte tali) che cominciano a scricchiolare e dubbi che s’insinuano tra quell’inchiostro mancante. E imprecazioni tra sussurri, voci e urla che quel sonno rendono agitato, fino a trasformarlo in un incubo.
Ma con le luci dell’alba, che qualsiasi incubo fanno svanire. Per svegliarsi ancora e vedere che lo specchio riflette una sola faccia con l’orgoglio di fissarla senza abbassare gli occhi. C’era una volta un sogno. Un bel sogno. E tante altre notti per sognare ancora.


