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Avellino, Favilli: "Basta parlare dei miei infortuni. Sono qui per riprendermi la Serie A"

Avellino, Favilli: "Basta parlare dei miei infortuni. Sono qui per riprendermi la Serie A"TuttoB.com
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
autore
Angelo Zarra
Oggi alle 17:00Avellino

Un leader carismatico, schietto e guidato da quella pungente ironia tipica delle sue radici toscane. Andrea Favilli, attaccante dell'Avellino, si è confessato a cuore aperto ai microfoni di Gianlucadimarzio.com, tracciando il bilancio di una stagione estremamente polarizzata: esaltante per il cammino straordinario della squadra, ma profondamente complessa a livello personale. Il centravanti ha voluto fare chiarezza sul suo calvario fisico, rispondendo con fermezza alle etichette che lo accompagnano da anni.

"Non ho mai capito perché la gente si ricorda di me solo quando sono infortunato, e mai quando segno o faccio un assist. Da un punto di vista collettivo, la squadra ha giocato un campionato strepitoso andando oltre le aspettative. Personalmente, invece, ho sofferto parecchio. Non è stato facile. Gli infortuni mi hanno condizionato molto. Avrei potuto fare di più in Serie A? Sinceramente, me lo chiedo tutti i giorni. Ma ora sono pronto a riprendermela."

La stagione di Favilli era iniziata in salita già nel mese di agosto, a causa di un delicato intervento chirurgico necessario per risolvere il morbo di Haglund. Un problema che ha valicato i confini del terreno di gioco, condizionandone la quotidianità.

"Per svariati mesi è stata dura, soprattutto a livello mentale. Quell'infortunio mi condizionava in campo e nella vita di tutti i giorni: persino fare una passeggiata o cenare fuori diventava un peso. Psicologicamente ti massacra, non sei mai libero di testa. Ma poi ti metti al lavoro e aspetti il momento in cui finalmente inizi a stare meglio. In questo percorso, un ruolo importante l’ha avuto l’allenatore: Ballardini ha fatto un grande lavoro. Lo avevo già avuto al Genoa e tra noi c’è sempre stato un rapporto di profondo rispetto e stima reciproca."

Il rientro ufficiale datato 10 gennaio contro la Sampdoria, seguito da brevi spezzoni contro Carrarese e Spezia, sembrava il preludio della rinascita. Poi, il nuovo stop muscolare.

"È stata tosta. A fine dicembre ero rientrato stabilmente in gruppo, ma dopo una ventina di giorni ho subito una ricaduta. Quando sei fermo dall'inizio te ne fai una ragione, ma quando riparti e sei costretto a fermarti di nuovo è un colpo durissimo. Siamo dovuti tornare indietro: due mesi di lavoro differenziato prima di rientrare per il finale di stagione. Non ho mai pensato al ritiro perché sapevo che era un problema superabile. Mi svegliavo ogni mattina con l’unico obiettivo di tornare. Però non nego che questo stop mi ha fatto riflettere sul dopo: ho 29 anni, sono nel pieno della carriera e mi sento giovane, ma ho iniziato a chiedermi cosa farò da grande, quando avrò smesso."

La luce in fondo al tunnel si è riaccesa ad aprile nel match contro il Catanzaro, preludio a un finale in crescendo caratterizzato dal gol al Mantova e dall'assist contro il Bari, proprio la squadra in cui Favilli aveva militato nella stagione precedente.

"Il mio addio alla Puglia è nato a metà giugno. Stavo discutendo il rinnovo con i biancorossi, ma la trattativa è andata per le lunghe. Così ho scelto di accettare la proposta dell’Avellino, dopo aver parlato con la società e con Biancolino, che era l'allenatore all'epoca. Mi sono preso un paio di giorni per decidere. A Bari sono stato benissimo e abbiamo giocato una buona stagione; lasciare la piazza è stata una decisione sofferta, ma rifarei mille volte la scelta di venire ad Avellino. Sono qui per riprendermi tutto."

Nel riavvolgere il nastro della sua carriera da predestinato, Favilli ha individuato il momento esatto in cui le sue certezze hanno vacillato: il gravissimo infortunio al ginocchio subìto il 18 novembre 2017 ad Ascoli, durante una sfida contro il Parma.

"È arrivato nel momento peggiore. Mi ha tolto certezze fisiche e mentali; non ho affrontato quel momento nel modo giusto e non l’ho mai superato davvero. Era tutto così imprevedibile che non volevo crederci. Nel giugno 2018 la Juventus decise di ricomprarmi e di inserirmi nella tournée estiva negli Stati Uniti. Sono partito con mille dubbi in testa. Ho segnato due gol al Bayern Monaco, ma mi sono caricato di troppa pressione. Non stavo bene, erano passati pochi mesi dalla rottura del crociato e non ero più lo stesso Andrea di prima. Quella stessa estate la Juve mi girò in prestito al Genoa. Non mi sentivo bene e non ne sono uscito per anni. Altri ragazzi hanno avuto lo stesso infortunio ma non le mie stesse difficoltà. Io mi sentivo diverso. Avevo fatto la tournée con la Juve, il Genoa mi aveva pagato tanto: si erano create aspettative enormi che non riuscivo a sopportare. Oggi però ho imparato a conviverci: mi interessa solo quello che pensano il mio allenatore, i miei compagni e il presidente."

"Ci lavoro ogni giorno. So che se riesco a giocare trenta partite di fila, in Serie A posso tornarci. Non mi manca nulla, ho solo bisogno di continuità. Sono molto autoironico e non mi prendo mai troppo sul serio, ma questo obiettivo lo devo all’Andrea ragazzino che l’ha sempre sognato. Vorrei solo che un giorno la gente tornasse a parlare di me per quello che faccio vedere in campo, e non per il classico discorso del: 'sai, lui era forte, ma quanti infortuni...'. Adesso basta."

In chiusura, il bomber dell'Avellino ha voluto dedicare un pensiero ai professionisti che hanno scandito i suoi primi passi nel calcio d'élite e ai colleghi che gli sono rimasti più vicini nel corso degli anni.

"Se sono diventato un professionista, il merito va a chi ha creduto in me all'inizio. Su tutti Fabio Grosso, mio allenatore nella Primavera juventina: a lui devo tutto, mi ha insegnato a giocare a calcio. E poi Massimiliano Allegri, che mi ha lanciato tra i grandi. Con Max c’era un rapporto scherzoso, io di Pisa e lui di Livorno, lascio immaginare... la battuta era all'ordine del giorno. Ma comunque parlavo poco, ero solo un ragazzino in mezzo a una squadra di fenomeni. Il difensore più forte mai incrociato? Matthijs de Ligt: impressionante. Nonostante fosse più giovane di me di due anni, aveva una fisicità e una velocità incredibili. I veri amici? Sento ancora molti ex compagni, ma se devo fare un nome dico Riccardo Orsolini, con cui mi parlo spesso. Abbiamo condiviso tante partite insieme tra l'Ascoli e la Nazionale tra il 2016 e il 2019. Riccardo è un ragazzo straordinariamente alla mano, è rimasto lo stesso di sempre."