AlbinoLeffe, la difesa sotto accusa. Ma...
Redaz. TuttoB.com
Il Celeste impero del calcio di provincia spacciato per sorpresa o possibile outsider? Come non detto, abbiamo sbagliato. Il sogno dei pomeriggi di fine estate è caduto con le terga per terra. Niente rete di protezione. Senza difesa. O meglio, con l'intera terza linea alla sbarra dell'imputato. La seconda battuta d'arresto stagionale dell'AlbinoLeffe, consumatasi a Varese contro una squadra che nelle precedenti quattro giornate era riuscita nell'impresa di non mettere nemmeno un pallone alle spalle dell'estremo nemico, suona come un campanello d'allarme. Anzi, una sirena, considerando solo le nude cifre: nove gol subìti nelle prime cinque partite di campionato parlano di una media di 1,8 a match. E per fortuna, noterà l'osservatore meno sprovveduto, che là davanti la cavalleria pesante ha riservato lo stesso trattamento ai corazzieri altrui. Svanisce, così, la chimera di Daniele Fortunato che s'era ripromesso, a mo' di obiettivo, di lasciare a secco gli attentatori della verginità del tabellino personale di Luca Tomasig. Tutta colpa dei baldi giovanotti assoldati per tamponare le falle dell'allegra e scanzonata caravella in riva al Serio? Troppo comoda prendersela con chi è schierato ai limiti della propria area di rigore, come se quei quattro fossero avulsi dal contesto e si cimentassero in una sfida a parte.
Innanzitutto, va sempre considerato il baricentro degli undici in campo. Che non scelgono di alzarlo o abbassarlo a seconda degli umori del momento o delle ubbie personali. Il 4-2-3-1 su cui il tecnico erede della panca di Emiliano Mondonico lavora fin dal ritiro selvinese, per funzionare a dovere, necessita come l'aria di gente disposta a chiudere le corsie e di una mediana in grado di agire da filtro. Altrimenti è sufficiente una palla persa della trazione anteriore - tre suggeritori dietro una punta capace di fare reparto a sé, leggi Andrea Cocco o l'alternativa Omar Torri, non sono uno scherzo - per innescare il contropiede avversario. Se l'autostrada rimane orfana di casellanti, addio. Hai voglia, poi, a dare la croce addosso a chi rispettando le consegne deve presidiare le zolle che contano per evitare di beccarle di santa ragione. E qui sta il punto numero due della questione, ovvero le caratteristiche individuali degli elementi pescati dal mazzo e calati sul tavolo del poker. Pierre Regonesi difende, copre la fascia, sale e crossa, oltre ad essere di un'efficacia proverbialmente tremenda sui calci da fermo. Da tre turni, però, prima per infortunio e successivamente per deliberazione dell'uomo sulla tolda di comando, è costretto a cedere il passo ad Andrea Cristiano. Mancino fulminante e propensione offensiva come pochi altri, ma pur sempre riciclato in un ruolo di esterno basso che non potrà mai sentire nelle sue corde.
Al "Franco Ossola" s'è visto quali effetti queste differenze non sottili possano comportare: l'1-0 preso al secondo giro di lancette si è concretizzato sul fronte destro dell'attacco insubre, con l'ex al vetriolo Cellini a casellare per l'affondo in diagonale di Neto Pereira. Obiezione: nelle due apparizioni del terzino verdellinese, a Cittadella e in casa contro il Grosseto, con gli uomini giusti al posto giusto le reti al passivo sono state comunque quattro. Senza colpe specifiche di chi era deputato a tenere le posizioni da quella parte, beninteso. E siamo al fronte numero tre: cambiando i fattori, il prodotto rimane mestamente uguale. A dispetto dei santi e nonostante gli accorgimenti di Fortunato, studiati e applicati durante la settimana a Verdello. Che i palloni pericolosi piovano dall'out o arrivino per vie centrali, il cocktail di ingredienti shakerati laddove le aquile non solo non dovrebbero osare ma andrebbero impallinate senza indugio risulta invariabilmente indigesto. Tomasig si scalda i guantoni spesso e volentieri, e un paio di voli ogni sabato non glieli negherà mai anima viva. Va anche ricordata, se proprio si vuole rigirare il coltello nella piaga, l'esistenza di un terzetto di papabili che il terreno verde lo vede col binocolo: D'Aiello e Luoni hanno disputato 58 minuti in due, Lebran - che ai tempi di Rimini comandava a bacchetta un reparto a tre - nemmeno un nanosecondo.
Quali, allora, i possibili rimedi? Proviamo a passarli in rassegna, dopo aver calibrato il giudizio su quanto visto finora. Il giovane Malomo, che con il Modena aveva convinto, ha fatto un passo indietro dimostrando che l'intesa con Bergamelli è tutta da affinare; quest'ultimo si candida autorevolmente al ruolo di leader, ma se non trova l'anticipo soffre l'uno contro uno (vedi Sforzini nel 2-2 interno coi maremmani); Piccinni sarebbe un'alternativa valida a sinistra perché è potente e atletico, ma al centro rischia di perdere i riferimenti specie se gli tocca evoluire ogni volta con un partner diverso (fin qui Bergamelli per due match consecutivi, poi Malomo); infine, Daffara paga dazio alla generosità palesando qualche difettuccio in chiusura. I sintomi sono chiari, o magari no. Le soluzioni? O si interviene sul mercato di riparazione a gennaio, pescando qualche buon parametro zero (che non esiste o quasi) o un mastino esperto in scadenza di contratto altrove, oppure si cambia modulo. Non per sfizio o per chissà quale fregola di rivoltare il team come un calzino, ma per ritrovare gli equilibri smarriti dall'estate scorsa. E se è vero che a primavera ci si è salvati solo segnando il famoso gol più degli altri, come ripeteva il Baffo di Rivolta, non sarebbe un peccato da fustigazione tornare al vecchio 4-4-2. In questo modo, navata e corridoi avranno punti di riferimento fissi, mentre il centrocampo ne verrebbe irrobustito potendo fungere da frangiflutti. Senza tarpare le ali alla verve: a garantire quella, come dice il saggio, non sono le alchimie ma le attitudini dei singoli. Pacilli in testa, se nella sua riuscirà a ricavare un cantuccio al vecchio e mai passato di moda principio dell'ala tornante.


