Pescara, lo "sguardo obliquo" sulla banda-Zeman
A pochi minuti dalla fine il pubblico si spreca in un applauso a scena aperta. Non per una giocata sopraffina di un singolo o per un gesto di fairplay (già celebrare un tal gesto sarebbe accettarne implicitamente l'eccezionalità), ma per il gioco corale e divertente che veniva espresso. Un applauso noncurante dell'ennesima altra azione che il Pescara stava contemporaneamente impostando: tale indifferenza rispetto all'azione che si stava sviluppando dimostra come il pubblico fosse già con la "pancia piena", e di lì in poi si sarebbe rischiato l'ubriachezza; anzi, l'ebrezza.
Ebrezza contenuta, intendiamoci. Per due serie di motivi. Innanzitutto il Crotone ha mostrato le proprie carenze offensive non riuscendo neanche ad avvicinarsi nella prima mezz'ora all'area di rigore avversaria; il Pescara, dalla sua, è ancora comprensibilmente al 60% delle proprie potenzialità zemaniane, come dimostrano vari errori nel tempo degli inserimenti e delle sovrapposizioni. Ma c'è un altro ordine di motivi, attinenti all'essenza del gioco zemaniano. Il gioco pescarese non è solamente spumeggiante, il che porterebbe presto all'ebbrezza e allo stordimento intellettivo: unisce a questa caratteristica anche una certa vigorosa concisione, una certa "sobrietà", che non è sinonimo di semplicità. Il gioco di Zeman non viene costruito e non si mostra tramite elementi ornamentali, esornativi; il triangolo Immobile-Sansovini che ha prodotto il secondo goal è di una sobrietà tipicamente zemaniana. Certo, direte, emoziona anche Ibrahimovic; nei gesti del giocatore milanista, come di molti altri, però, è sempre implicito un guardarsi allo specchio, un ammiccare alla telecamera, un'autoreferenzialità che porta all'idolatramento. Tutt'altra cosa ispirano i lineamenti di Sansovini, sui cui è possibile leggere la durezza e l'asprezza di certe esperienze, comprese quelle dei ritiri zemaniani. La sobrietà dell'uno-due Immobile-Sansovini è elegante come solo la sobrietà può esserlo.
Dove si posa lo "sguardo obliquo" in un Pescara-Crotone 2-0?
Al 73' Insigne, in un contropiede pescarese pericolosissimo, non si butta in scivolata per salvare la palla dal fallo laterale; Zeman sbotta e gli fa presente che quella palla era buona, si poteva prendere. Insigne sbuffa, pensa di aver dato tutto su quella palla e non capisce il rimprovero di Zeman; ma non esprime il benchè minimo gesto di insofferenza. Soltanto, non capisce. Nei grandi uomini di genio, artistici o meno, si tende sempre ad appioppare una certa dose di improvvisazione: tecnici ruspanti con la tuta che urlano la cosa giusta al momento giusto; magici fantasisti di un tempo che improvvisano un assist; la scelta di spostare all'improvviso per problemi di formazione un grande giocatore appannato in una posizione che segnerà la sua carriera. Niente di più sbagliato che spiegare certe partite, certe opere d'arte calcistiche con un'intuizione, improvvisazione creativa scaturente dal nulla. Cosa sarebbe un maestro se non cogliesse, con estrema attenzione e consapevolezza, ogni attimo per correggere il suo discepolo?
Non importa se a ragione o a torto, se Insigne avesse potuto arrivarci o meno; importa che sia positiva la tensione, l'orientamento generale che trasmette. Ciò che Zeman intendeva trasmettere è che sul 2-0 si deve continuare a muoversi ed a "occupare lo spazio senza contarlo". Invece la quasi unanimità dei giocatori nel mondo sul 2-0 per la propria squadra tendono, per un'inerzia insita nell'essere umano stesso, a "contare il campo per occuparlo", cioè, a controllare i propri movimenti, a guardarsi giocare, a verificare se ci sono zone non occupate dal Pescara; in altre parole, ad aspettare l'avversario, a cercare di non lasciare spazi più che a crearli, a pretendere un compagno vicino per una giocata facile e orizzontale, invece di velocizzare per rendere facile la giocata al ricevente. I giocatori tenderebbero insomma a solidificare il gioco più che a fluidificarlo, ad ammogliarsi con il dirimpettaio avversario più che a effettuare continuamente tagli per farsi dimenticare dal dirimpettaio stesso e per dimenticare il proprio luogo d'origine, scaricare dalla mente il peso mnemonico dei gesti e delle intuizioni compiute in quell'azione. Forse di questo si preoccupava Zeman: che Insigne non fosse arrivato su quella palla, non si fosse immolato scivolando sul prato dell'Adriatico per questi motivi.
Le menti direttive, ovvero quelle che devono gestire e far collaborare tante persone, hanno due alternative: o scegliersi gli uomini accuratamente e tenerli 2 anni per poterli lavorare il primo e lasciarli poi in una libertà relativamente grande al secondo; oppure scelgono uomini già costruiti forzando i loro animi e le loro caratteristiche a seconda delle esigenze di ogni singola partita. Mourinho, scegliendo la seconda, non ha nessun interesse a rendere autonomi i calciatori, a migliorare la loro attitudine sportiva e mentale: vengono spremuti e lasciati a marcire dopo anni di volgare drammatizzata tensione. La sua "macchina" però risulta apparentemente più solida di quella scaturente dalla prima alternativa, quella scelta da Zeman. Ma in caso di sconfitta finale in un torneo, Mourinho lascerebbe solo terra bruciata dietro di sè. Magari Insigne incontrerà in futuro Zeman da avversario e i suoi goal non saranno così amari per il maestro, nonostante l'eventuale sconfitta. Che, vera sconfitta, se valutata obliquamente, non sarà.
Ecco che cosa, al di là della vittoria e della sconfitta, del bene e del male, lo sguardo obliquo può dire sull'evento Pescara-Crotone 2-0.


