Pescara, "Il mio Zeman? Una persona speciale"
Nuova edizione della rubrica di ForzaPescara.TV "Il Diario di Bord(in)o", questa settimana dedicata al racconto di un ex allievo di Zeman che regala, con la mediazione della penna di Paolo Bordino, un quadro del tecnico boemo dammero imperdibile.
Quante volte è capitato – e mi rivolgo ad ogni essere vivente italiano di sesso maschile di età compresa tra i 9 ed i 99 anni – di giocare a sfogliare tra le mani uno di quei vecchi album Panini, che custodisci gelosamente nonostante una polvere che, anziché renderli obsoleti e di difficile consultazione, porta a conferire a questi scrigni di storia pallonara un tono di solennità? E quante volte ci siamo imbattuti in tanti di quei nomi, cognomi e volti che mai avremmo immaginato, da piccoli, quanta storia e quanti ricordi potessero loro stessi racchiudere? È quanto è capitato a me qualche mattina fa, ripercorrendo ancora una volta la storia dell’epopea zemaniana dall’origine ai giorni nostri. L’album era quello relativo alla stagione 1989/90, la prima del Foggia in B dopo la promozione dell’anno prima. Osservo nomi, noti e meno noti, e tra un Signori ed un Rambaudi spunta fuori un difensore palermitano che attrae più di ogni altro la mia curiosità, non certo per una ragione particolare come magari può esserlo una chioma particolare ed un nome che rimane impresso ai cultori del celo-manca (un po’ come il classico Pizzaballa di turno…) ma per una carriera che tende a ripercorre molte delle tappe del tecnico boemo che la Trinacria e lo zio Cesto strapparono ad una Cecoslovacchia per lui, sessantottino atipico, un po’ troppo stretta per ragioni di varia natura.
Questo calciatore che ha attirato la mia curiosità è Maurizio Miranda. Palermitano, classe ’63, di professione difensore centrale, Miranda ha vissuto una carriera professionale che ha visto come filo rosso il fumo della sigaretta del Boemo. Dalle giovanili rosanero, passando per i trionfi di Licata ed i prodromi della Zemanlandia foggiana. Mi incuriosisce parecchio, Miranda. Decido così di rompere gli indugi e contattarlo per soddisfare una curiosità che iniziava a farsi sempre più pungente. Lo contatto e lo chiamo. Mi risponde dalla sua abitazione palermitana ed immagino dall’altro capo della cornetta una persona a cui, appena nomini la parola “Zeman” iniziano ad illuminarsi gli occhi: “E’ stato il mio primo allenatore ai tempi della Primavera del Palermo. Erano i primi anni ’80 e lui andava in giro con una Fiat 128 verde pisello che fatico a dimenticare, anche perché mi accompagnava spesso a prendere l’autobus. Ricordo quella volta quando incappammo in un incidente con la macchina che subì parecchi danni. Che reazione vi aspettereste da una persona qualunque? Rabbia, incazzature, imprecazioni. Lui no. Sapete come reagì? Si mise a ridere, con me che lo guardavo stupito osservare la sua 128 verde pisello diventata catorcio o quasi. Lì ebbi la sensazione di avere a che fare con una persona speciale, diversa da noi forse anche per il fatto di provenire da una cultura differente, che non ha dalla sua i difetti tipici di quella italiana. Molto di questa sua mentalità, seria ma senza prendersi troppo sul serio, l’ha riflettuta anche nel suo modo di vedere il calcio”. Non male come inizio della chiacchierata. Come se Miranda, consapevolmente o meno, abbia voluto offrire una risposta a chi (spesso in malafede) tratteggia il ritratto zemaniano alla stregua di un freddo automa lontano da qualsivoglia tipo di rapporto umano.
La curiosità cresce, parallelamente alla voglia di provare a capire qualcosa in più dello zemanpensiero dalla viva voce di chi ha avuto modo di lavorare con lui in ben tre momenti distinti della carriera del tecnico di Praga. Palermo, Licata e Foggia. Tre step differenti, unico filo conduttore: sudore e lavoro. “Dal punto di vista tattico il mister è cambiato pochissimo dagli esordi fino a oggi. Negli ultimi tempi, magari, è più accorto per quanto riguarda la fase difensiva mentre, per quanto riguarda le mie esperienze, l’aspetto della continua ricerca del fuorigioco era una costante a cui io e i miei compagni eravamo chiamati a dare ossessiva applicazione. La mentalità, è inutile dirlo, era ultraoffensiva come oggi, con un’organizzazione tattica che non porta a soffrire più di tanto neppure l’inferiorità numerica, a differenza di quanto avviene per le avversarie. Visto il Sassuolo quando è rimasto in dieci? Gli son saltati tutti gli schemi in men che non si dica. Con una squadra del miste questo non accadrà mai. E quest’anno si è visto sia a Vicenza (rimonta in inferiorità numeric, ndr) che contro il Gubbio”. Non solo tattica, però: “Il difensore con Zeman doveva e deve assolutamente partecipare alla costruzione della manovra. Ma ciò che davvero faceva la differenza e continua a farlo oggi è l’aspetto atletico. La preparazione atletica, fatta di sudore e gradoni (tanti gradoni!), che consente alle sue squadre di correre il doppio degli altri. Ma non è solo questo l’aspetto che rende Zeman speciale…”.
Pausa. Sento che Maurizio Miranda mi sta per regalare una chicca che porta me, stavolta, a strabuzzare gli occhi ed aprire le orecchie. La mia sensazione non è tradita, ed eccoti l’aneddoto che, per chi sa leggerlo, arriva a spiegare diverse cose: “Ciò che rende Zeman una persona speciale è il rapporto umano che riesce a creare con i giocatori. Eravamo a Foggia, era il 1990, ed una sera eravamo io, Signori e Meluso che giocavamo a carte. Si era fatta una certa ora e bussa il citofono. Andiamo a rispondere ed ecco una voce familiare che fa “Aprite, sono Zdenko!”. Potete immaginare il nostro timore per la reprimenda che avrebbe potuto farci anche perché, visto che l’ora era comunque tarda, saremmo dovuti essere a letto da un bel pezzo. Invece no! Lui salì ed inizio a giocare a carte (storica passione zemaniana, ndr) con noi fino alle quattro del mattino. Il giorno seguente, presentandoci all’allenamento, guardammo la bacheca delle multe che di tanto in tanto il mister elargiva e mentre per noi c’erano “solo” 100.000 lire dell’epoca, lui – ricorda Miranda non nascondendo una risata fragorosa - si automultò del doppio, proprio perché aveva tirato tardi assieme a noi! Quella vicenda ci servì da esempio per capire che le regole in un gruppo sono fondamentali e che tutti sono tenuti ad osservarle e farle proprie”.
La capacità di motivare un gruppo passa anche per questi piccoli aspetti, ma non solo. Anche per piccoli trucchi motivazionali che mirano a pungere l’atleta nell’orgoglio: “Ricordo che mi ripeteva con ossessione questa frase: non ho mai visto un siciliano che ha paura! Me lo diceva quando ero non al 100% della condizione ed avrei preferito non giocare. Lui credeva tanto in me e mi rischiava lo stesso. Poi, magari, davo anche il doppio di quello che avrei potuto dare proprio perché pungolato a dovere da una persona che sapeva come farti rendere a mille”. La storia personale del Miranda-calciatore è una metafora della filosofia calcistica zemaniana. Ex centravanti della primavera del Palermo, fu trasformato da Zeman in difensore centrale: “Tu hai i piedi buoni, mi ripeteva in continuazione, e devi saper impostare l’azione. Per me fu una rivoluzione. Crescere con Zeman accanto ti porta davvero a capire come valorizzare il tuo potenziale tecnico e diventare un calciatore moderno. Un calciatore totale, che deve all’occorrenza saper far tutto. Anzi, ti racconto una cosa…”. In arrivo la perla numero due della serata. Di nuovi occhi strabuzzati e padiglioni auricolari spalancati: “Avevo appena esordito in B con il Palermo, all’epoca guidato in panchina da Mimmo Renna. Il mister mi volle nella Primavera per scendere in campo nel derby con il Catania. “Tu giochi centravanti” – mi disse! Io lì per lì ero un po’ perplesso perché ormai alla mia posizione di difensore centrale mi ero decisamente abituato. Eppure, entrai in campo e feci la bellezza di tre gol. La domenica dopo Renna mi guardava e si chiedeva come fare a non assegnarmi di nuovo il numero nove!”.
Oggi Miranda è un allenatore di esperienza. Ha allenato il Vittoria in C2 (2006/2007) ed ha al proprio attivo numerose esperienze con formazioni siciliane di quarta serie tra cui Sancataldese, Bagheria, Panormus e Cephaledium. Ed è oggi in attesa di tornare nuovamente in panchina per diffondere, nel proprio piccolo, quanto è riuscito nel corso della sua carriera a far proprio negli anni in cui, da calciatore, è stato guidato in panchina da Zdenek Zeman: “I metodi di lavoro sono gli stessi, così come il modulo è rigorosamente il 4-3-3, anche se con qualche piccola variante che può derivare da situazioni contingenti ma, soprattutto, la filosofia che provo a trasmettere ai miei ragazzi è la stessa: lavoro, sudore, fatica ma, principalmente, rispetto. Per sé stessi, per i compagni e per gli avversari”. Infine la promessa di essere presto a Pescara, magari per stringere ancora la mano al suo maestro: “Non sono stupito da ciò che il mister sta realizzando di bello quest’anno. È giusto che finalmente inizi a raccogliere il frutto di tanto lavoro e di tante sofferenze che troppi e per troppo tempo gli hanno provocato. Il lavoro, alla fine, paga sempre”. Parola di Zdenko Miranda. E c’è da credergli.


