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Pescara, il gufetto di Manoppello: il piccolo gigante che cambiò Zemanlandia

Pescara, il gufetto di Manoppello: il piccolo gigante che cambiò Zemanlandia TuttoB.com
© foto di Luigi Gasia/TuttoNocerina.com
autore
Federico Errante
giovedì 22 marzo 2012, 15:15Pescara

Nuovo appuntamento con la rubrica firmata da Paolo Bordino, questa settimana dedicata al calciatore che sta mutando l'adagio latino 'nemo propheta in patria', cioè Marco Verratti.

Idolo incontrastato per i tifosi, che lo hanno eretto da tempo ad emblema della pescaresità. Tifosi che lo coccolano avendo ancora negli occhi il suo esordio tra i professionisti con la casacca del Delfino, quando di anni non ne aveva neppure compiuti sedici e già si intravedevano processioni di osservatori ed addetti ai lavori dei maggiori club italiani pronti a strapparlo all’affetto incondizionato dei suoi supporters ed alla quiete della sua Manoppello. Marco Verratti di anni ne ha appena venti, ma è sulla cresta dell’onda ormai da almeno quattro stagioni da quando, cioè, Nanu Galderisi lo fece esordire in prima squadra in maniera forse troppo precoce, cosa che, anche per un discorso di preparazione fisica eccessivamente pesante per un ragazzo nel pieno del suo processo di crescita, gli ha creato più di qualche problema negli anni a venire.

Problemi fisici che lo hanno accompagnato nel corso dei primi anni di carriera, per lasciarlo in pace solamente negli ultimi tempi, da quando sulla panchina del Pescara si è accomodato un tecnico (Zeman) che sembra aver compreso alla perfezione il tipo di lavoro che il “Gufetto” – com’è soprannominata la talentuosa stellina biancazzurra – avrebbe dovuto svolgere per stare al passo con i compagni non risentendo troppo di carichi di lavoro che, in passato, si son rivelati per lui eccessivamente sproporzionati. Fino allo scorso anno, con Di Francesco in panchina, Verratti ha rappresentato per molti versi un’enigma, visto e considerato che i guai fisici non hanno consentito che svolgesse un lavoro tattico tale da trovare una collocazione ideale sul terreno di gioco. Non si riusciva a comprendere quale fosse il ruolo adatto per lui? Una punta, così come talvolta lo impiegava Cuccureddu, pur non considerando che il giovanotto non avesse nel suo bagaglio tecnico un fondamentale come il tiro? Oppure, ancora, trequartista, potendo sfruttare le sue qualità di visione di gioco nel breve, anche se la mancanza di cambio di passo lo penalizzerebbe oltremodo in quella posizione? Oppure a centrocampo, dove in molti lo vedono in un ruolo “à la Pirlo”, forse preconizzando un suo futuro tinto a strisce bianconere, lui che per la Juve ha sempre fatto il tifo sin da bambino? Fino a qualche mese fa, il rebus non era stato ancora pienamente risolto. Marco Verratti? Di sicuro si sa soltanto che è forte – parafrasando una prima pagina che ha fatto la storia del giornalismo italiano.

La svolta della carriera arriva per il “Gufetto” qualche mese fa. Ed arriva proprio grazie all’ingaggio di un allenatore come Zdenek Zeman che, a priori, avrebbe potuto aumentare dubbi ed equivoci tattici circa un suo eventuale impiego. Tuttavia, nell’ambiente pescarese aleggiava la consapevolezza che, pur non senza difficoltà, la capacità del tecnico di Praga di ritagliare ruoli nuovi ed esaltare le caratteristiche degli elementi a propria disposizione, facendo schizzare in alto il livello del rendimento attraverso il miglioramento individuale della tecnica per mezzo di pane duro e duro lavoro, avrebbe potuto definitivamente consentire a Verratti di compiere il vero salto di qualità.

Inizialmente, i problemi di natura tattica sono stati evidenti. Ciò è dovuto all’aspetto in base al quale, scartate per Verratti da Zeman le posizioni di esterno sinistro d’attacco e di laterale del trio di centrocampo (dopo che fu provato in questa posizione a Verona con scarsissimo successo), nell’ottica zemaniana rimaneva per il talento di Manoppello un unico spot: quello di centrocampista centrale. Il problema, in questo senso, è stato rappresentato dalla visione del ruolo di centrale di centrocampo del 4-3-3 zemaniano che il tecnico boemo ha. Il play-maker zemaniano, per esaltare le qualità del sistema di gioco, deve essere caratterizzato  da alcune peculiarità: visione di gioco a tutto campo, sia nel gioco lungo che nel gioco corto; capacità di giocare ad uno o al massimo due tocchi, a fungere da olio nel motore per consentire ai laterali di supportare come meglio è possibile la manovra delle catene di riferimento; predisposizione all’affrontare front-to-face il portatore di palla avversario, anche ricorrendo al temporeggiamento per ritardare l’assist e consentire alla retroguardia di far scattare la trappola del fuorigioco ritardando la verticalizzazione avversaria; capacità di ripristino temporaneo della linea difensiva a quattro per ovviare a ripartenze avversarie nel caso in cui il terzino di turno non abbia ancora ripristinato la posizione. Insomma, non proprio un ruolo che al Verratti di inizio stagione si attagliava particolarmente.

Le caratteristiche tecniche di Verratti sono, infatti, di altro tenore: capacità di giocare nello stretto, puntando a creare break attraverso straordinarie e sopraffine qualità in fase di possesso palla; perfetta visione di gioco in senso orizzontale e nello spazio breve; qualità straordinarie in termini di nascondimento della palla; grande abilità del disegnare le traiettorie di passaggio, anche quelle che appaiono a prima vista impossibili da pennellare. Impossibile per tutti o quasi, ma non per lui, che con quel piedino destro fatato a volte dà la sensazione di riuscire a fare, almeno nello spazio breve, quello che vuole. Si prenda come esempio la gara di quest’anno a Bergamo: invito per l’inserimento di Balzano attraverso un lob a scavalcare due avversari, con il terzino sinistro biancazzurro che si divora una rete che, stando ad una locuzione quantomai abusata,  era più facile da mettere dentro che da sbagliare, forse perché, azzardiamo noi, sorpreso dalla genialata del Gufetto.

Andando a sovrapporre idealtipo di play zemaniano e caratteristiche tecniche di Verratti, era evidente sin dal primo momento che di lavoro da fare ce ne sarebbe stato tanto per poter far sì che il gioiellino della casa potesse risplendere ed esaltare la parure biancazzurra anziché finire per arrugginirsi troppo in fretta, soffocato dal peso di una maturità che qualcuno vorrebbe già raggiunta e da incombenze di natura tattica per certi versi incompatibili con le sue caratteristiche. Le prime apparizioni di Verrattino, spesso alternato con Togni per consentirgli di “studiare” bene i movimenti da fare e provare ad applicarli sul rettangolo verde, non sono state in questo senso esaltanti: errori costanti in interdizione, visione di gioco limitata allo spazio breve, possesso palla insistito e continuato, tale da non apportare molta fluidità all’ingranaggio biancazzurro, fatica a trovare la posizione ideale. Tuttavia, le prime non esaltanti prestazioni del Verratti zemaniano hanno lasciato che dei frutti maturassero attraverso la comprensione degli errori commessi e dei propri limiti. Detto e fatto. Ed ecco che, con il passare delle giornate la centralità di Verratti aumenta: la sua posizione in campo migliora, cosa che lo porta anche a comprendere alcuni meccanismi che portano la trappola del fuorigioco a partire in modo efficace, inizia a dare la palla anche a uno o due tocchi così come piace a Zeman ma, soprattutto, capisce che un avversario lo si contrasta preferibilmente faccia a faccia e non rischiando sempre di incorrere in una sanzione disciplinare con un fallo da dietro.

Ma da quando, quest’anno, la stella di Verratti ha iniziato definitivamente a brillare? La data ce l’abbiamo ed invitiamo a segnarvela perché, anche in questa circostanza, nella vera nascita di un campione è impresso a fuoco il marchio della doppia zeta. Siamo alla sera del 19 dicembre 2011 ed all’Adriatico va in scena Pescara-Sampdoria con i biancazzurri in emergenza a centrocampo: non ci sono Cascione e Gessa ed in campo il tecnico boemo ricorre all’impiego di Romulo Togni a sinistra e di Moussa Kone sul versante opposto, con il nostro uomo schierato nella casella di playmaker basso davanti alla difesa. Contro i doriani, il tecnico boemo chiese a Togni e Kone un lavoro particolare, di supporto e sgravio di incombenze al talento di Manoppello: al brasiliano dagli occhi di ghiaccio fu chiesto di caricarsi di un lavoro oscuro di regia, indicando ai compagni di squadra le giuste spaziature e geometrie, mentre l’ivoriano fu chiamato ad aggredire meno lo spazio in verticale e restare più vicino a Verratti, anche per supportarlo in interdizione. Quella gara, la migliore di Verratti a nostro avviso, con tanto di splendido assist decisivo per Sansovini, ebbe a rivelarsi la geniale intuizione di Zeman per consentire a Marco di rappresentare il vero valore aggiunto del Pescara in quanto liberato da alcune incombenze che ne avrebbero snaturato eccessivamente le caratteristiche. E non fa nulla se, da quel momento, il Pescara-champagne tutto corsa e verticalizzazioni ossessive lasciò il posto ad un Pescara più portato alla manovra orizzontale ed al gioco negli spazi brevi, in grado di far male più con i ribaltamenti di lato che con il gioco in verticale. Senza che i risultati cambiassero: 9 vittorie, 2 pari ed un solo ko da allora! Per esaltare il talento cristallino di un elemento in grado di poter valere già al termine di quest’anno una cifra che, in quanto a milioni, potrebbe di molto avvicinare le due cifre, questo Zeman lo sa e l’ha capito, vale anche la pena mutare alcuni principi del proprio assetto tattico. Di qui Cascione che si carica di compiti di regia, di qui un Nielsen che in fase di interdizione si rivela, ogni giorno che passa, una sempre più piacevole sorpresa, svolgendo a tratti un lavoro anche doppio. Chi sostiene, in queste ore, che “non è più il Pescara dell’andata” rifletta su questi aspetti tattici non di poco conto.

Per quanto riguarda Verratti, la sua crescita è sotto gli occhi di tutti. Crescita dal punto di vista tattico, ma anche e soprattutto dal punto di vista mentale. Ormai sa quando deve tenere palla, così come sa dosare i tempi di scarico del pallone, così come allo stesso modo riesce a comprendere come e quando (vedi Crotone) occorre lasciare da parte il fioretto e sfoderare una più consistente spada. Tutto il resto è delizia per i palati, anche i più sopraffini, e croce per i tifosi che temono che, in un giorno non molto lontano, le strisce azzurre della casacca del Delfino possano diventare nere. Il Gufetto è diventato un calciatore. Un calciatore vero. Anche grazie alle critiche ricevute che hanno contribuito a farlo esplodere. Perché se le caramelle a pranzo, colazione e cena fanno male, il pane duro aiuta a crescere. Sempre.

Fonte forzapescara.tv

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