Pescara, Bocchetti più Caprari: da squadra in crisi a macchina da guerra in due sole mosse
Nuovo appuntamento con Paolo Bordino e la sua fortunata rubrica su ForzaPescara.TV, il 'Diario di Bord(in)o'. Come può una squadra ritenuta in fase calante trasformarsi in una corazzata? Bordino ci spiega come.
Ci sono occasioni in cui, quando sembra andare tutto storto, è sufficiente un solo istante, una sola intuizione, un puro e semplice tocco di fosforo per cambiare radicalmente le cose. Oppure un momento solo, un’unica istantanea di quelle che danno la scossa. La giornataccia della morte di Piermario Morosini coincideva, anche se è giustamente passata in terzo, quarto piano, pur sempre con una partita di calcio.
Una partita che il Livorno conduceva per 2-0 su un Pescara che subiva i primi mugugni di un pubblico dal palato fine. Il punteggio fino a quel momento era persino benevolo contro una squadra troppo brutta per essere vera, che soffriva terribilmente l’organizzazione labronica nella propria trequarti di campo. In modo particolare, ad essere particolarmente sanguinose erano le situazioni in cui, una volta perso il controllo della sfera, il Livorno ribaltava il gioco. Lo faceva sempre tramite tagli verso gli esterni, tenuti molto alti per creare superiorità numerica sulle fasce dove Balzano e Zanon, salendo contemporaneamente a supportare la manovra ed appoggiando l’azione delle rispettive catene, non riuscivano a svolgere entrambe le fasi con efficacia.
Questa situazione ha rappresentato, spesso, il reale limite di natura tattica proprio del Pescara di Zeman: i centrali difensivi che, a palla scoperta, si ritrovavano, spesso e volentieri costretti a fronteggiare situazioni di due contro uno che, alla prova dei fatti, finivano per creare più di qualche grattacapo. Di questa situazione, a soffrirne principalmente era Simone Romagnoli che, essendo meno portato di Capuano all’anticipo sul ricevente il passaggio, si ritrovava costretto ad operare, nel migliore dei casi, una scelta sull’avversario da seguire, senza contare l’essere spesso costretto a tenere avversari, spesso più rapidi e dinamici del centrale difensivo di Cremona, ritrovandosi costretto, suo malgrado, a duelli in velocità che lo esponevano talvolta a brutte figure. Ne risentiva, in tal modo, anche l’impostazione della regia difensiva e della giusta tenuta del baricentro della squadra (qualità principali di Romagnoli) oltre che l’efficacia delle marcature negli spazi stretti. Problemi differenti per Marco Capuano, che commettendo spesso l’errore di scalare eccessivamente a sinistra, finiva per lasciare eccessivo spazio centrale a palla scoperta per gli inserimenti di centrocampisti e trequartisti avversarie. Molte di queste situazioni si sono ripetute per svariate settimane.
Unitamente a ciò, i problemi dovuti ad un centrocampo che non riusciva più a regalare alla manovra il giusto olio nel motore: Verratti, per quanto in grado di illuminare il tutto con la singola giocata, commetteva l’errore di seguire troppo la direzione della palla, con Cascione bloccato in compiti a metà tra regia e copertura e Nielsen costretto a cantare e portare la croce. A risentirne era in particolar modo il centrocampista tosco-calabrese, retrocesso in un mese e mezzo da pedina universale a semplice impiegato della pedata, senza che le sue qualità (appoggio all’azione offensiva, tagli di campo in fase di recupero e ricezione della sfera, inserimenti nella trequarti di campo avversaria) riuscissero a venir fuori. A ciò si accostava una certa prevedibilità offensiva, con Sansovini costretto (in ragione di tutto quanto esposto) a dedicarsi in maniera pressoché esclusiva alla copertura, con conseguente mancanza di lucidità in zona gol (la traversa a porta vuota contro il Bari è un esempio lampante) e scarsa brillantezza. Insigne si ritrovava così ad essere (assieme a Verratti) l’unica fonte di imprevedibilità del gioco, visto e considerato che gli stessi movimenti di Immobile atti alla creazione centrale di spazi finivano per non essere sfruttati a dovere dai centrocampisti, i quali non riuscivano a sfruttare il gioco senza palla e del Toro di Torre Annunziata. Il problema, quindi, era evidente che non fosse fisico quanto, piuttosto, tattico. Anche nelle peggiori partite, a finire con i crampi erano gli avversari.
Ciò che stupisce è come, con due sole mosse Zeman abbia risolto tutti i problemi della squadra, interdipendenti tra loro. Eccone un quadro sintetico: i laterali difensivi, spingendo entrambi, lasciavano i centrali in inferiorità numerica. Da ciò, Nielsen e Cascione costretti all’azione di supporto in fase difensiva per coprire Verratti che faticava a mantenere la posizione centrale, Sansovini che ripiegava sistematicamente annullando la prevedibilità offensiva di un attacco che finiva per essere Insigne-dipendente o poco più.
Che fare? Ecco che, ad un tratto, vien fuori che il Pescara (e c’era chi, a dispetto di tutti, lo sostiene da parecchio) se non sarà l’organico più forte della cadetteria è certamente un gruppo di calciatori completo in ogni suo reparto, con le alternative giuste nel posto giusto. Non fenomeni, ma gente che serve. Anche quelle che pubblico e tifosi medi bollano troppo frettolosamente alla stregua di giocatori inutili o, peggio ancora, da consegnare al proprio personale archivio di bidoni applicati alla sfera di cuoio. Si tratta di due elementi tra cui passano tredici anni di età ed almeno due generazioni di calciatori. Quando Antonio Bocchetti esordiva in massima serie proprio nella sfortunata esperienza napoletana di Zeman, Gianluca Caprari andava a scuola, in seconda elementare. Ed aveva appena terminato la sua trafila nei pulcini nell’Atletico 2000, società giovanile di proprietà di suo padre. Oggi si ritrovano, da oggetti misteriosi, ad essere gli ingranaggi generatori di plusvalore, che hanno trasformato una squadra a cui i detrattori del suo allenatore avevano frettolosamente ed in maniera priva di cognizione di causa definito fisicamente “bollita” in una macchina semplicemente perfetta, in grado di rifilare 14 reti in tre gare agli avversari senza subirne alcuna, con Luca Anania risultato inoperoso o quasi.
Bocchetti, anzitutto. Dello stereotipo del terzino zemaniano tratteggiato dalla dottrina calcistica, il mancino napoletano ha molto poco. Ma ha dalla sua qualità morali (è uno dei collanti dello spogliatoio, oltre che uomo di cieca fiducia dello stesso Zeman) e tattiche tutt’altro che indifferenti. Impiegato ad inizio stagione come centrale causa emergenza, sembrò finire nel dimenticatoio. Non era così, particolare che anche Zeman pose in evidenza in una conferenza stampa in cui sottolineò a più riprese le qualità dell’ex terzino di Frosinone, Parma e Sassuolo. Sarebbe tornato utile, e così è stato. La presenza di Bocchetti, laterale di difesa che rimane sostanzialmente bloccato, ha determinato tutta una serie di esternalità positive di gioco che hanno spostato radicalmente li equilibri tattici, creando una macchina da guerra praticamente illeggibile:
- I difensori centrali riescono più agevolmente a gestire gli spazi lungo la linea orizzontale difensiva, neutralizzando il gioco degli esterni avversari ed impedendo ai centrocampisti di inserirsi nelle maglie che, in assenza di questo accorgimento tattico, finivano per risultare eccessivamente larghe;
- la regia difensiva è migliorata, con Romagnoli più sicuro e sgombro mentalmente: la linea difensiva è costantemente alta e l’applicazione del fuorigioco si rivela sincronizzata come non mai;
- in fase difensiva, a palla scoperta, la situazione peggiore possibile è di 4 vs 3 a favore del Pescara. Quando, infatti, Balzano spinge, è da notare come, a comporre il triangolo con base di tre uomini ci siano (da sinistra) Bocchetti, Capuano e Romagnoli, con Verratti a fare da vertice basso e capace non soltanto (quanti progressi rispetto a qualche mese fa!) di impostare la manovra ed illuminare il gioco, ma anche di dedicarsi con estremo profitto alla regia ed alla dettatura di tempi, spazi e geometrie. Per tacere del fatto che, da parte sua, si iniziano ad intravedere anche sprazzi di gioco a palla lunga, così come apprezzato nell’assist per Insigne in occasione del gol del vantaggio contro il Vicenza;
- Cascione è libero finalmente di fare il Cascione e di dare sfogo alle sue qualità: appoggiare la manovra, tagliare il campo ad anticipare, riconquistare palla e far ripartire l’azione con uno-due tocchi, senza rinunciare all’inserimento negli spazi difensivi avversari senza palla, finalizzati alla conclusione a rete. Dal Cascione che fa il Cascione, da questo Cascione, dipendono a ben vedere le sorti del Pescara. Trovatemi una sola partita in un cui l’ex centrocampista delle Reggina sia stato il migliore in campo che non sia coincisa con un successo, anzi, con un dominio biancazzurro.
Tutto ciò sta a dimostrare che, nell’economia del gioco di una squadra, se è necessario operare un cambiamento anche radicale, questo deve riflettersi sull’equilibrio complessivo. Cambiare una sola pedina per migliorare un solo reparto non ha mai mutato di molto le cose nel loro complesso.
Poi c’è Caprari. Un’arma in più. Un nuovo asso nella manica di Zeman, ha reso letale il tridente offensivo, replicando quanto fatto per tre quarti di campionato con Insigne. Così come fatto con Insigne, il compito di appoggiare il talento scuola Roma è ricaduto sulle spalle di Antonio Balzano. Una sicurezza, in tal senso, capace di giocare di sponda ed offrire sovrapposizioni costanti. Ma non solo. Le caratteristiche di Caprari, fatte di doppi passi, controllo di palla, dribbling secco e precisione negli assist hanno determinato la creazione di un nuovo “lato forte” su cui va a costruirsi e svilupparsi l’azione. Se fino a qualche tempo fa il gioco del Pescara sulle fasce andava sviluppandosi pressoché interamente a sinistra, con la ricerca del cambio di gioco e della conclusione di Sansovini che si ritrovava a tagliare sul lato “debole” per concludere a rete, adesso, con la presenza in campo di un Caprari sempre più integrato negli schemi, anche il versante sinistro si ritrova ad essere il lato debole dell’azione, vale a dire quello conclusivo e non solo costruttivo, prerogativa adesso propria anche del lato destro. Avete notato che, nelle ultime tre gare, Lorenzo Insigne ha messo a segno un terzo delle sue marcature stagionali, senza contare pali, traverse, reti annullate o divorate? Con Caprari in campo, entrambi i lati del campo assumono le caratteristiche di versanti di manovra e di finalizzazione. Senza contare (e lo dimostra la gara di Gubbio) che anche i problemi contro gli assetti tattici con difesa a tre e densità centrale nella zona nevralgica del campo sembrano, proprio grazie alle qualità dei due esterni nell’allargare il trio difensivo avversario creando spazi per inserimenti e verticalizzazioni, definitivamente superate. In sostanza, è come se il Pescara giocasse con uno, se non due uomini in più.
In tutto questo meccanismo, da porre in risalto anche la possibilità per Sansovini di rifiatare ed entrare in campo a partita iniziata più fresco di tutti. In questa nuova versione “alla Altafini”, due gol ed un assist per il capitano. Anche qui, non si tratta di un caso. Ed i sogni di tutti possono essere dolci oltre che tranquilli.


