Menu Primo pianoCalciomercatoIntervisteEsclusive TBCalendari
Eventi LiveCalciomercato H24MobileNetworkRedazioneContatti
Canali Serie B avellinobaricarraresecatanzarocesenaempolifrosinonejuve stabiamantovamodenamonzapadovapalermopescarareggianasampdoriaspeziasudtirolveneziavirtus entella
TMW Scommesse

Papu Gomez: "A Padova per rinascere. Non voglio fare il fenomeno, ma sono quello di sempre anche con qualche acciacco. Avrei voluto giocare nel Napoli..."

Papu Gomez: "A Padova per rinascere. Non voglio fare il fenomeno, ma sono quello di sempre anche con qualche acciacco. Avrei voluto giocare nel Napoli..."TuttoB.com
Gomez
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport
Oggi alle 10:34Padova
Marco Lombardi

Alejandro 'Papu' Gomez, attaccante in forza al Padova, ha rilasciato una lunga intervista a Gazzetta Sportweek di cui riportiamo un estratto. 

Perché Padova?

«Per rinascere. È una scelta di vita, non mi interessavano i soldi. Al direttore Mirabelli ho detto: “Guarda, io voglio solo giocare e sentirmi importante”. Non sono qui per fare passeggiate».

Avevi avuto altre offerte?

«Dall’Arabia e dall’Argentina, ma io volevo giocare a un certo livello. Dalla Serie A invece nulla».

Come sta il Papu calciatore?

«Non voglio fare il fenomeno, ma il livello è alto. Sono il Papu di sempre, anche a 37 anni e con qualche acciacco».

E il Papu uomo?

«Sta bene anche lui. A causa della squalifica ho passato un periodo brutto, mi sono trovato catapultato in una vita diversa da quella che avevo sempre vissuto. Ho imparato a non spendere energie in cose che non potevo controllare. È servita tanta pazienza, sono stati due anni lunghi».

Come ne sei uscito?

«Mi sono fatto aiutare da uno psicologo. Avevo troppo tempo libero, non ero abituato. Prima c’era la routine: allenamenti, partite, ritiri. E poi, da un giorno all’altro, mi sono ritrovato ad avere 35 anni, portare i bimbi a scuola e non sapere cosa fare. Ho iniziato col padel, poi ho esagerato, mi mettevo anche tre partite di fila. Non era sano. Lo facevo per non pensare, volevo scappare dai miei tormenti».

Ripercorriamo la notte in cui prendi l’antibiotico.

«Ero arrivato a casa tardi dopo la partita. Durante la notte mi è venuto un attacco di tosse, a quel punto ho preso lo sciroppo di mio figlio. L’ho fatto in buona fede, senza pensarci più di tanto. Qualche giorno dopo c’è stato un controllo antidoping a sorpresa: mi ero dimenticato di dichiarare l’antibiotico, e sono stato trovato positivo».

Reputi eccessiva la squalifica?

«Hanno sbagliato completamente, non si può fermare due anni un giocatore per una sciocchezza come questa».

Una squadra in cui ti sarebbe piaciuto giocare?

«Il Napoli. Per la passione, il sentimento dei napoletani. E poi per Diego, sono cresciuto con le sue giocate in azzurro».

L’Atalanta. Su Instagram avevi scherzato sulla preparazione di Gasperini: si correva così tanto?

«Per il suo modo di interpretare il calcio, o corri o sei fuori. L’ho capito al primo giorno in ritiro. Mi sono detto: “Okay, questo fa sul serio”. Ha avuto ragione lui: al 70esimo gli avversari crollavano, mentre noi andavamo ancora a mille all’ora. Anche per questo segnavamo 4 o 5 gol a partita».

Fuori dal campo che tipo è?

«Era facile capire cosa gli passasse per la testa, bastava guardarlo negli occhi per capire se fosse incazzato o contento. Qualche volta ti prendeva da parte e ti parlava, ma raramente».

Oggi in che rapporti siete?

«Ci stimiamo, ma non c’è mai stata amicizia. Siamo andati a cena insieme dopo la vittoria dell’Europa League, abbiamo chiacchierato dei tempi passati all’Atalanta. Poi basta».

Se ti dico Valencia-Atalanta, cosa ha significato per Gomez?

«Ottavi di Champions del 2020, una partita paradossale. È stato il momento più bello per l’Atalanta e più difficile per Bergamo. In quei mesi, durante il Covid, sono morte tante persone, ho visto coi miei occhi passare in strada i camion militari coi feretri. Mi è capitato di andare al bar di sempre, chiedere di qualcuno e sentirmi dire: “Non ce l’ha fatta”. I bergamaschi sono forti, gente tosta, grandi lavoratori. Ne sono usciti. E noi, nel nostro piccolo, in quel periodo gli abbiamo regalato dei momenti di gioia».

E quella Champions League per poco non l’avete vinta.

«Nel momento clou eravamo un po’ cotti. L’avessimo portata a casa col PSG ai quarti, saremmo potuti arrivare in fondo. E sai, a quel punto sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa. Gara secca, stadio vuoto…».