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LORENZO RUBINACCI, TRE CONTINENTI NEL CUORE E UN AMORE SENZA CONFINI: “OGNI GIORNO MI ALZO E VADO A DORMIRE CON IL CALCIO”

11.09.2019 16:30 di Tuttofrosinone Redazione    per tuttofrosinone.com   articolo letto 9 volte
Fonte: Frosinone calcio

Allacciate le cinture di sicurezza. C’è da volare da un Continente all’altro, da un’esperienza all’altra. E leggere l’ennesima bella storia di calcio e di vita nello staff di questo Frosinone targato-Nesta. Con tre-quattro passaggi fondamentali che nell’arco di poco meno di 30 anni hanno formato un professionista eccellente ma anche un uomo altrettanto eccellente. Tre lingue (inglese, spagnolo e rumeni) parlate fluidamente. Un diploma da perito informatico. Lorenzo Rubinacci, marchigiano doc, è il vice di Alessandro Nesta. Nato ad Urbino il 20 aprile del 1968. Sposato con la signora Nicoleta Vadana, (“con una ‘t’, l’ho conosciuta nel ’99, nell’anno della mia prima esperienza in Romania all’Uta Arad” ci tiene a precisare) perché la signora è rumena e mister Rubinacci l’ha conosciuta quando ha varcato per la prima volta i confini dell’Italia, professionalmente parlando, ed è andato ad allenare in Romania. Hanno un figlio, Alin, che a 10 anni è già un portento nello sport: cintura marrone di  ju-jitsu (“è il primo sport al quale l’ho iscritto a 4 anni e mezzo…”) e gioca al calcio nelle minori del Perugia. E non è finita qui, perché uno potrebbe pure pensare a sport per diletto per il bimbo. E invece no: “E’ in partenza col Team Italia per un torneo internazionale che si svolge a Bucarest. Come fa a combinare gli sport e la scuola? Si allena a calcio 2 volte a settimana, fa il portiere, e 3 volte a ju-jitsu e studia con profitto. Abita vicino, a Passignano sul Trasimeno, ed è anche facile raggiungere le sedi di allenamento”.

Chi ha qualche capello bianco e soprattutto una buona memoria ricorda che la storia di Rubinacci e il Frosinone si era intrecciata circa 20 anni fa. Ma c’è un altro precedente: «Ero al Fano, negli Allievi (a maggio ’92 aveva conseguito il patentino di Allenatore di Giovani Calciatori, ndr), dove allenai una stagione. Il presidente era Rosettano Navarra, di Ferentino, con lui ebbi rapporti ottimi anche se non l’ho più visto. Era la stagione ’97-’98, la squadra era in serie C2. Ci fu l’esonero dell’allenatore e chiamò me sulla panchina, in deroga perché avevo il patentino di Allenatore di Base. La prima occasione nel calcio vero me la dette lui. A 28 anni fui all’epoca il tecnico più giovane tra i professionisti. Ci salvammo all’ultima giornata. A quei tempi conobbi anche Angelo Palombo, anche lui di Ferentino come Navarra. A Frosinone, presidente proprio Navarra, non arrivai perché non avevo il patentino di Seconda Categoria». Rubinacci va quindi all’Urbania, in CnD, a due passi da casa, nell’entroterra pesarese. «Un grande campionato, con tanti giovani del Fano e tra questi Palombo che poi spiccò il volo per la Fiorentina».

Breve stop al nastro, lo riavvolgiamo un attimo. Ma come nasce la passione di Lorenzo Rubinacci per il calcio? La carriera di calciatore si forma tra i Dilettanti ma si ferma presto. «Da bambino vivevo a Pesaro, una città di basket. Mi dividevo gli sport anche col calcio dentro lo stesso campo. E arrivai al Rimini quando l’allenatore in prima squadra era Arrigo Sacchi. Feci la trafila nelle minori fino ad arrivare alla Primavera, da centrocampista. Ma quando mi resi conto che non sarei riuscito ad andare oltre e dopo un’esperienza tra i Dilettanti nel Senigallia, decisi di cominciare ad allenare. E la mia prima squadra fu nel settore Giovanile del Rivazzurra (Rimini) sotto l’ala del Parma».

Riandiamo al dopo Urbania. Rubinacci varca il famoso confine. Ma rimane in Europa. Non aveva il tesserino ma la voglia di allenare era tanta. «Andai all’Uta Arad, serie B rumena, nel 1999-2000. Calcio vero, campionato difficile, giocatori di carattere, impatto difficile. La Romania era ancora un Paese povero, c’era una storia rude. Nello stadio c’erano 14-15.000 persone, pieno. Il club aveva un passato importante, sei scudetti. Ma si viveva troppo di ricordi. Non avevo nessun supporto, tranne un collaboratore che però traduceva lentamente i concetti. E allora studiavo per mio conto il rumeno e nel giro di tre mesi il confronto con la squadra era migliorato grazie ad una lingua che si capiva. Anche se la comunicazione con i giornalisti rimase difficile perché le domande erano sempre a doppio senso ed a volta anche sibilline. E chiedevano in continuazione: uno che non ha fatto mai il giocatore, può fare l’allenatore? La donna che sarebbe diventata mia moglie mi disse che il mio rumeno era comunque ottimo. Disputammo un buon campionato, la cosa mi valse la chiamata del Timisoara (da dove partì la famosa rivoluzione contro la dittatura di Ceausescu, ndr), sempre serie B. Finii il campionato. Un avvio positivo, poi nel girone di ritorno si inceppò qualcosa. Decisi di tornare in Italia».

Un altro passaggio importante nella carriera di mister Rubinacci, l’incontro con l’allora ds del Perugia, Walter Sabatini: «Era venuto a seguire un giocatore per il club umbro durante il campionato col Timisoara, nel 2001. Rimase sorpreso di questo giovane allenatore in una squadra che pure esprimeva qualcosa. Quando tornai a Perugia, a Pasqua, lo chiamai. E per due stagioni allenai la Primavera dei grifoni, senza ancora il famoso tesserino. Quindi fui assistente tecnico di Cosmi in A ed ancora allenatore della Primavera. Nel frattempo avevo conseguito il patentino di Seconda nel 2006. Con me c’era Marco Giampaolo, con lui feci l’assistente tecnico al Siena ed al Catania. Coverciano mi ha aperto la porta su un mondo nuovo».

Nel curriculum lungo una eternità fu allenatore della Primavera dell’Arezzo per due stagioni, quando la prima squadra (nel 2006-’07) era allenata da Antonio Conte. E a proposito di Cosmi: «Con lui feci Lecce (“dove allenai una stagione la Primavera…”) e Siena in serie A, Pescara e Trapani in serie B».

«Si apre uno step nuovo, un’esperienza che amo sempre ricordare – prosegue Rubinacci –. Mi arriva una telefonata e mi dicono testualmente: ti seguo da tanti anni, vai ad allenare in Africa, in Gambia. Ma chi me lo disse, aggiunse: io non vengo, vai solo, ti do l’aggancio. Andai a Milano, parlai col console, mi pagai il biglietto e partii. Dopo un colloquio col ministro dello Sport mi affidarono le nazionali Under 20 e Under 17. Ma io avevo un sogno, che sottoposi: creare una piccola Scuola di Coverciano, con uno staff di pesaresi miei amici della prima ora che stavano con me a Fano. Mi piaceva lasciare qualcosa ai tecnici locali. Morale della favola: 3 anni di contratto. Ottimo lavoro al primo anno…».

E quindi? «Dopo il primo anno anche con la prima squadra, mi arriva la telefonata del ds Angelozzi, era al Lecce. Dove collezionai comunque due esperienze in epoche diverse. Angelozzi mi faceva due anni di contratto. Debbo dire che la chiusura col Gambia fu difficile, soprattutto con i ragazzi. Lo staff però rimase. A Milano firmai la risoluzione. Un anno con la Primavera dei salentini, poi le esperienze di Siena e Catania. Ma ci ritrovammo ancora, con Cosmi allenatore della prima squadra». Con tanto di aneddoto: «Cosmi venne chiamato a sostituire Di Francesco dopo la sconfitta 3-4 del Lecce in casa con il Milan. E in quel Milan c’era Nesta».

Altra svolta della carriera, la conoscenza proprio di Alessandro Nesta al Master per allenatori nel 2014. Tra i pochissimi giocatori che in Italia hanno vinto tutto, dai Pulcini alla Coppa del Mondo, passando per scudetti, Coppe europee, Champions, Coppe Intercontinentali e chi più ne ha più ne metta. Dopo l’ultima stagione al Trapani, arriva la chiamata dal… terzo Continente: l’America. «Mister Nesta stava costruendo lo staff per il Miami e andammo…». Due stagioni in  Florida, quindi il ritorno in Italia. Il Perugia ed ora il Frosinone.

Rubinacci ha un sogno nel cassetto: «Il mio obiettivo è girare tutti e cinque i Continenti (c’è anche chi dice siano sei, con l’Antartide ma là è complicato giocare al calcio…) con la mia professione, anche perché a 28 anni ho sempre rincorso un pallone… Sarebbe un sogno bellissimo. Pensate che io, prima di iniziare l’avventura di allenatore, facevo il fioraio. Mi alzavo alle 4 di mattina. E ho fatto anche il pescatore, l’aiuto cuoco… Lavori umili».

Rimpianti? Alla fine è giusto sempre chiederlo… «Assolutamente no. Ho dato tanto al calcio ed ho avuto altrettanto. Il calcio mi ha formato. Ed ho studiato tanto sia perché dovevo colmare il gap di non aver fatto il calciatore e sia perché all’inizio non c’erano i mezzi tecnologici di oggi. Io ho investito i miei piccoli risparmi per andare a vedere i ritiri, i grandi allenatori. Ho una maturità importante, forte della mia passione».

Ha fatto il primo. E i sogni da riprendere a fare il primo allenatore nel futuro? «No, perché è il calcio che mi permette di esprimere. Faccio parte di una squadra invisibile, perché è giusto che i protagonisti siano l’allenatore con i giocatori. Mi sento realizzato, sono parte importante del mio allenatore che oggi è Alessandro Nesta come nel passato lo sono stati Cosmi, Giampaolo ed altri. Amo il calcio, mi alzo col calcio e vado a dormire col calcio. Questa è la cosa più importante». Tanto di cappello mister Rubinacci. Detta all’italiana. E tenete sempre allacciate le cinture di sicurezza, il volo continua.


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