Cesena, la verità di Filippo Fusco: "Il mio addio tra rimpianti e visioni opposte"
Dopo mesi di silenzio, Filippo Fusco rompe il muro di riservatezza e racconta i retroscena di un addio che ha scosso le fondamenta del Cesena. In un’intervista fiume a gianlucadimarzio.com, l’ex direttore sportivo bianconero esprime tutto il suo rammarico per un progetto interrotto proprio sul più bello, quando la squadra navigava stabilmente nei piani altissimi della Serie B. Al centro della rottura, una divergenza totale con la proprietà americana, la JRL Investment Partners LLC, colpevole, secondo il dirigente, di aver trattato il calcio più come uno "show" che come una professione da specialisti.
Il punto di rottura risale ai primi giorni dell'anno. Per Fusco, il mercato non è solo una questione di nomi, ma di psicologia collettiva. La scelta della proprietà di non investire nonostante la vicinanza alla promozione diretta è stata interpretata come un segnale di rinuncia che ha condizionato il gruppo: "I rimpianti ci sono. Io ci credevo davvero quest'anno! Nella prima parte di campionato, insieme al Frosinone, abbiamo giocato il miglior calcio della Serie B. Poi la squadra era stanca, aveva anche over-performato, ma il quinto o sesto posto era alla nostra portata. Fino a Natale siamo stati sempre in zona promozione diretta, a due-tre punti dal secondo gradino. Poi con il mercato il messaggio mandato è stato chiaro: non crederci come ci credevo io."
Fusco chiarisce come la divergenza sia maturata proprio sulla gestione degli acquisti e delle cessioni, con particolare riferimento all'operazione Blesa: Tutto si rompe a gennaio, e io già lì mi sarei dimesso. Quando vedo che non prendi neanche un giocatore, con la squadra che è sempre stata tra i due e i cinque punti dalla promozione diretta... Avevamo bisogno di tre o quattro giocatori nuovi per dare una diversa energia a tutto il gruppo. Abbiamo ceduto Blesa per quasi 2 milioni ed è stata un'operazione importante a livello di plusvalenza, ma che io non avrei concluso: a giugno avremmo preso di più. Oggi al Rio Ave ne chiedono 7 o 8."
Uno dei passaggi più intensi riguarda il rapporto complesso con le proprietà straniere, spesso accusate di voler gestire il calcio senza conoscerne le dinamiche profonde. Fusco rivendica la necessità di competenze specifiche, utilizzando un esempio calzante sulla differenza tra passione e professione: "A me piacciono le pizze e so consigliare dove mangiarla a Napoli, ma se mi chiedi come si fa, io non posso dirtelo: mica faccio il pizzaiolo. E nel calcio è uguale: a loro piace, ma non sono professionisti e non hanno le competenze. Io sono abbronzato non perché vado a prendere il sole, ma perché sto sul campo tutti i giorni e parlo, vedo, osservo: allenatore, massaggiatori, medici, magazzinieri, preparatori atletici, giocatori... Ho una competenza che mi viene da trent'anni perché faccio questo di mestiere. Quello è il mio ruolo."
L'arrivo di Ashley Cole sulla panchina bianconera a metà marzo è stata la scelta che ha sancito la fine del rapporto. Fusco contesta non tanto il nome, quanto la logica di una scommessa che ha ignorato il lavoro svolto in precedenza e le difficoltà linguistiche e tattiche del nostro campionato: "Non puoi mandare via un allenatore che comunque ti ha tenuto la squadra sempre dal secondo all'ottavo posto. È stata una scelta presa precedentemente, senza consultare nessuno. Quella di Ashley Cole è stata una scelta illogica. In più hanno preso un allenatore che non parla l'italiano e non conosce la Serie B. Non puoi prendere un allenatore solo perché a cena ti fa una buona impressione. È stato un errore, non un atto di coraggio. Loro dicevano che volevano fare una scommessa, ma allora io ho deciso di andarmene sia per il rispetto del ruolo, sia perché non condividevo una scelta così folle."
Nonostante l'addio polemico, il legame con la piazza resta viscerale. Fusco descrive una realtà dove il senso di appartenenza supera le logiche del business moderno, citando i giovani talenti che hanno preferito restare in bianconero nonostante offerte prestigiose: "Io di Cesena mi sono innamorato, è un posto straordinario per fare calcio, un posto con valori antichi. Io dico che è come l'Athletic Bilbao d'Italia. Questa identificazione è una cosa da coltivare: i bambini qui vogliono giocare per il Cesena, è bellissimo. Per loro è la Nazionale della Romagna. Lo sarà adesso e sempre anche per me."


