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La commovente lettera di Valentina dopo la morte di papà Roberto "La tosse, ambulanza, un ciao veloce e non l'ho visto più"

09.04.2020 07:00 di Redazione Perugia24.net    per perugia24.net  

Vogliamo condividere questa lettera di Valentina Peruzzi, inoltrata e pubblicata dal quotidiano La Nazione che raccomta il dramma di papà Roberto.

"La mia era una famiglia felice, finché questo maledetto virus si è portato via mio padre. Un uomo forte, dinamico, purtroppo diabetico di tipo2, di 68 anni. Tutto è iniziato mercoledi 5 marzo quando la sera ha cominciato a sentire la gola irritata. Il giorno dopo la tosse e la sera la febbre a 38. Il venerdi la febbre non c’è più ma mia mamma decide di chiamare il dottore, che gli prescrive Aulin e Paracodina, se la tosse non si fosse calmata il cortisone. La domenica la tosse è molto forte, prende il cortisone, io passo a trovarli, è la festa della donna, per portare un fiore a mia mamma e lui da lontano in cucina mi ordina di non avvicinarmi con sguardo impaurito. Quello sguardo non lo dimenticherò mai. Il lunedì si alza, fa la doccia, esce per buttare la spazzatura, si va a comprare il giornale e torna a casa, stanco, dicendo a mia mamma che si sentiva come un vecchio di 90 anni. Chiamano il dottore che li invita ad andare in ambulatorio. Il dottore lo visita, trova i polmoni liberi ma non è convinto quindi misura l’ossigenazione e la trova un po’ bassa. Decide di chiamare il 118. Mio padre dice di avere dolori davanti al petto. Il 118 lo visita, poi decidono di portarlo via. Alla mia domanda :«Gli fate il tampone?», mi viene risposto: «No signora non rientra nei parametri per farlo, sicuramente non è coronavirus». Lo vedo salire in ambulanza, i nostri sguardi s’ incrociano impauriti. Mai avrei pensato di non rivederlo più. Arriva al pronto soccorso di Torregalli verso le 13.20 di lunedì 9 Marzo. Ci comunica che lo ricoverano al quinto piano. Alle 18 gli fanno il tampone e lo sistemano al primo piano, un reparto allestito per la situazione, insieme ad altre 6 persone, tutte separate da paraventi (...). Fino al risultato del tampone, niente cibo perché non gli andava, solo il cannellino dell’ossigeno nel naso per respirare un po’ meglio. Al mattino alle 2 di mercoledì 11 la terribile telefonata, mio padre dice: «Mi portano a Prato al Santo Stefano, sono positivo al covid-19»: 31 ore per sapere il risultato, 31 ore senza nessuna cura. Arriva al Santo Stefano, parla e risponde ai dottori, ma siccome i polmoni sono troppo compromessi decidono di sedarlo e intubarlo subito. Inizia il calvario. Il suo telefono risulta staccato, noi non sappiamo cosa fare. Tramite una mia amica che lavora in quell’ospedale cerco informazioni. «Babbo è intubato, la situazione è grave». Solo dopo le 13 un dottore chiama mia mamma spiegando la situazione, ma dice che è un uomo forte e ce l’avrebbe fatta, poi il silenzio fino alle 15 del giorno dopo. Mia mamma, sola in casa in quarantena obbligatoria non ce la fa a sentire quelle notizie. Diamo alla dottoressa il mio numero di telefono. Da venerdì 13 marzo tutti i pomeriggi aspetto con ansia e terrore la chiamata dall’ospedale. (...) Domenica 22 marzo alle 10 la sera mi chiama la dottoressa e mi dice: «Signora suo padre si è aggravato, tenga acceso il cellulare perché in ogni momento potrebbe andarsene». Le lacrime scendono, la notte la passo con il cellulare che non suona. Dentro di me spero: «Forse si è ripreso». La mattina alle 8.15 del lunedi 23 arriva la telefonata della dottoressa. «Suo padre non ce l’ha fatta». Pianto, disperazione, incredulità, ma il pensiero era come dirlo a mia mamma che era ancora sola in casa in quarantena obbligatoria e con tampone positivo anche lei, fatto il giorno 18 marzo. Vado con mio marito, lei si affaccia alla finestra e io con un filo di voce le dico che mi ha chiamata l’ospedale. Babbo non ce l ha fatta. Non dimenticherò mai la sua reazione, il suo viso trasfigurato dal dolore, lo strazio. Piangiamo con lei ma non possiamo abbracciarci. Il 24 marzo alle 16 la salma arriva al cimitero di Sant’Antonio. Ci siamo solo io, mio marito e il parroco. Mamma prega dietro i vetri disperata, sola, è in quarantena. Dall’ospedale tornano solo gli oggetti d’oro che mio padre aveva addosso, mancano il borsone con i vestiti, il portafoglio con i documenti, carte di credito, libretti degli assegni e cellulare. Cominciamo a telefonare agli ospedali, all’ambulanza... nessuno ha visto niente. Fortunatamente troviamo le banche ci bloccano tutto ma dobbiamo fare denuncia ai carabinieri. Mamma continua nel suo dolore, sola in casa. Ci alterniamo un po’ io e mio marito, a volte a turno vengono i ragazzi. Il 26 marzo alle 17 la chiamano per farle il secondo tampone. Arrivano due giovani dell’Asl. Se è negativo torniamo domani. Passano 5 giorni, nessuna risposta. Mercoledi 1 aprile decido di ridisturbare il sindaco Sandro Fallani e il mio responsabile Andrea Citano che hanno fin da subito cercato di aiutarci. Sandro chiama e s’informa. Il tampone non era irrilevabile. Perchè nessuno ha avvisato la mamma? Durante la sua quarantena obbligata a casa nessuno l’ha mai chiamata per sentire come stava, nessuno le ha riferito la risposta dei tamponi. Il sindaco si adopera in ogni modo per far si che qualcuno vada a rifarle il tampone. Passano altri due giorni. Siamo disperati, mamma sta bene fisicamente, si prova la febbre mattina e sera, già dal 17 marzo non ce l’ha più, ma le sue condizioni sono troppo precarie. Parliamo col suo medico, questa solitudine rischia di portarla a una depressione. I vicini di casa la ammoniscono di stare in casa, «perché sei infetta». Le sue due quarantene sarebbero finite, perchè deve continuare a stare sola e non poter condividere il suo dolore con noi? Siamo arrabbiati. Poi squilla il telefono. E’ venerdi 3 aprile, il numero è privato, il dottore le dice veniamo domani poi lunedì, se negativo, faremo il terzo. La richiamano dopo un’ora. Veniamo domenica 5 aprile dalle 9 alle 11. Mamma sembra più rilassata. Qualcuno dall’Asl l’ha chiamata. Il tampone risulta negativo. Nessuno però si è mai interessato di lei, di noi, siamo stati in quarantena ma mai ricevuto una telefonata. E pensare che quando ti contattano ti dicono: «La chiameremo per 14 giorni, ogni giorno per sapere il suo stato di salute». Voglio alla fine ringraziare in primis i parenti e il sindaco Sandro Fallani, il mio responsabile Andrea Citano, forze dell’ordine, impiegati delle banche Credem e Intesa Sanpaolo, il dottore di famiglia e tutti quei medici e infermieri che hanno provato a fare un miracolo che non è riuscito. Un grazie agli amici che ci sono stati vicini".


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